Il piacere del volontario involontario

23.04.2014 19:49

Quando mio figlio mi diceva «domani andrò volontario» il mio cuore non accelerava i battiti, perché con quella frase non intendeva arruolarsi in una spedizione militare, ma solo sostenere spontaneamente un'interrogazione. Non lo faceva per una forma morbosa di masochismo e nemmeno per una sorta di fanatismo, ma perché si sentiva particolarmente preparato e voleva cogliere l'occasione per presentarsi spontaneamente e beccarsi un bel voto.

Va detto però che in quasi tutte le forme di volontariato c'è una piccola, spesso impercettibile dose di costrizione: si entra nella Legione Straniera per rompere con il proprio passato, si parte volontari in guerra perché a casa si farebbe la fame o perché il coraggio e il patriottismo sono valori così imprescindibili che non combattere sarebbe peggio che rischiare la vita.

Anche per il volontariato al servizio degli altri è la stessa cosa: che sia la ricerca di una buona scusa per stare lontano da coniugi rompiballe o l'opportunità per sentirsi utili e importanti per qualcuno o lo schietto altruismo nei confronti del prossimo in difficoltà, c'è sempre un fattore che rende la scelta quasi obbligatoria, perché scegliere altrimenti ci farebbe stare peggio, ed è questo il segreto della sua diffusione, soprattutto in Italia, Paese fondamentalmente egoista sulle questioni che esulano dai confini del parentado più stretto.

Ma quando il volontariato è imposto da un giudice, il tasso di volontarietà crolla ulteriormente. Non che Berlusconi (in questo momento il badante più famoso d'Italia) non sia generoso e disposto ad aiutare gli altri, pensate a quanti benefici hanno ricevuto da lui tanti profughi dei partiti della Prima Repubblica cui ha approntato un tetto; a quale altro destino poteva aspirare un caso umano come Renato Brunetta? Ricordo ancora quando, nel 1994, con abnegazione degna di un “angelo del fango” dopo l'alluvione di Firenze, estrasse dalla melma decine di politici, li ripulì, li rivestì premurosamente e diede loro un futuro poi ripagato da alcuni con un'ingratitudine più nera delle camicie di orbace.

E non parliamo delle tante «fanciulle pericolanti» da lui strappate ai pericoli di una vita equivoca e avviate a una splendida carriera televisiva e/o politica.

E tutto questo è solo la punta di un iceberg di generosità fatto di donazioni, sussidi e regali a migliaia d’indigenti e bisognosi su tutto il territorio nazionale e oltre.

Ma una cosa è spedire un assegno, un'altra è accudire manu propria i vecchi dell'ospizio “Sacra Famiglia” di Cesano Boscone.

Proprio lui, il palpatore compulsivo di carni fresche, il Dorian Gray che rifugge dalla vecchiaia in se stesso e negli altri, condannato al peggiore dei contrappassi, fra cateteri, pannoloni, dentiere e mani nodose.

Pena terribile non solo per lui ma anche per noi, che nell'orrore per la senilità siamo tutti un po' Berlusconi, pur senza i suoi mezzi: non possiamo permetterci un lifting ogni sei mesi ma ripieghiamo su creme, cremine e punturine per frenare la decadenza del nostro corpo, e pur amando teneramente i nostri cari vegliardi, affidiamo gli aspetti più materiali e sgradevoli del loro accudimento a donne straniere più disponibili e pazienti di noi.

Ma che ti combina Silvio, il volontario involontario? Alla prima dichiarazione pubblica dopo aver preso servizio alla “Sacra Famiglia”, anziché mettere l'accento sulle sofferenze viste e alleviate, parla di «piacere». Questo, a suo dire, è il volontariato: «un piacere».

E per quanto sia facile ritenerlo tale quando si tratta di poche ore settimanali e non di una corvée quotidiana, la frase è degna di un vero dandy, perché non mette l'accento sugli effetti positivi nei confronti dei beneficiari del volontariato ma sulle sensazioni che procura a chi lo fa, e secondo me non è stato mai così sincero. Berlusconi può aver fatto nella vita qualcosa da cui non ha tratto un tornaconto (è una pura ipotesi) ma mai qualcosa da cui non ha tratto un qualche tipo di piacere, dei sensi o dell'ego.

Per questo sorride sempre, non è una posa, è che fa solo quello che gli va. Da premier marinava noiosi ma importanti impegni ufficiali come un bambino spensierato, per andare a spassarsela o a rimettersi in forma in qualche clinica, semplicemente perché fra una cosa piacevole e una spiacevole sceglie sempre la prima. E’ fatto così.

Lui non ama mettere piede in posti brutti e squallidi come le aule di tribunale, e perfino alle convention del suo partito (in genere pippe mostruose) si limita a telefonare da qualche bel posto dove si trova presumibilmente in dolce compagnia.

E allora, se lui dice che il volontariato è un piacere, perché non dovremmo credergli? Magari potremmo imitarlo.