Il quotidiano delle nostre storie normali

13.07.2016 16:02

Morire su un treno a binario unico al modico prezzo di cinque euro è qualcosa che non solo non si accetta per principio morale ma produce una grande rabbia collettiva. Il mezzogiorno di fuoco che ha vissuto la Puglia ha scosso tutta l'opinione pubblica, la quale si è stretta intorno alle famiglie che hanno perso i loro cari. Quando si abbasserà il tasso di adrenalina si potrà e si dovrà cominciare a capire la dinamica di uno scontro avvenuto nell'unica curva di un percorso quasi tutto in rettilineo e che avrebbe potuto limitare i danni se i conducenti si fossero visti e avessero frenato; ma ciò che è inammissibile è l'evidente abbandono del trasporto locale da parte di una cattiva politica delle infrastrutture di molti governi nel nostro Paese.

In questi anni di nastri tagliati per le tratte dell'alta velocità, molti hanno chiesto alle istituzioni preposte di impegnarsi un po’ di più sulla mobilità locale, quella realmente nevralgica del nostro Paese. Chi scrive ha alle spalle venticinque anni di pendolarismo ed è abbastanza adulto da aver vissuto in prima persona la frustrazione di treni ottocenteschi stracolmi su tratte a binario unico e con passaggi a livello obsoleti a rischio di incidenti. Questa tragedia rende bene l’idea di cosa voglia dire muoversi in un Paese che ancora vive con mezzi e linee degli anni 50 o 60.

Dall’Italia del “boom” siamo passati all’Italia del “crac”, all’Italia del dissesto perenne, dove ci siamo completamente dimenticati del trasporto locale, consegnando studenti e pendolari a una specie di girone dantesco fatto di carrozze sfasciate, gelate d’inverno e roventi d’estate, treni sporchi e stracolmi, convogli perennemente in ritardo. Un girone nel quale si accalcano anche operatori improbabili, non importa se privati o pubblici, in una demenziale ripartizione di competenze fra le Regioni, frutto di un federalismo insensato e accattone, e di sicuro quel girone dantesco nel Mezzogiorno è più prossimo all’Inferno. Le responsabilità individuali saranno accertate, quelle della cattiva politica le sappiamo già.

Il dramma pugliese è un trattato di sociologia della realtà: sono questi i treni della quotidianità italiana in cui sale quella “classe media” sempre più in difficoltà, la quale preferisce i disagi di un treno pendolare scomodo e angusto magari per risparmiare la benzina, il cui prezzo non scende a causa di insopportabili accise da pagare per le guerre di Etiopia o il disastro del Vajont, tanto per citare alcune tra le voci più surreali. Sono treni nei quali molti studenti universitari, senza fare collettivi di maniera fra una canna e un sit-in radical chic, utilizzano ogni giorno per andare e venire dalle sedi di studio. Sono treni che portano molte donne a fare le badanti per arrotondare l'economia della famiglia monoreddito a rischio povertà. Sono convogli che custodiscono le ansie dei padri che vanno a lavorare nei campi oppure nelle poche fabbriche ancora aperte al Sud.

Andria è la metafora di un sistema economico che ha sempre più strutturato i suoi rapporti di produzione al servizio delle élite, accentuando l’ansia di prestazione tipica della post-modernità, dove il tempo e la sua rappresentazione obbediscono all’imperativo della velocità assoluta. Tutto deve essere veloce: i treni, la movimentazione dei soldi, i consumi, i rapporti umani e internet, che consente la simultanea connessione a moltitudini di persone che spesso non hanno niente da dirsi. Veloci, velocissimi, con l’idea che fermarsi, prendersi una pausa, sia sinonimo di esclusione. Questa vicenda è emblematica: si muore sul binario di una linea periferica dove i sistemi di allarme si fondano sulle telefonate tra due capistazione, eppure su quei vagoni era rappresentata l’Italia che lavora, studia, resiste con tenacia e fatica a una crisi che ne impoverisce le tasche e lo spirito. Ma questa Italia ha l’inguaribile difetto di essere maggioranza silenziosa, che non ha voglia di dover sempre competere per essere ascoltata. Questa maggioranza è diventata un corpo morto della società, buona solo per qualche tirata retorica e populista di una politica che serve gli interessi di pochi, dunque non i suoi. Molti di noi hanno vissuto questi treni pendolari, i quali custodiscono i musi induriti dalla vita ma anche le risate della gioventù incosciente, tutti uniti dall'insieme degli odori (a volte puzze) ma tutte dannatamente vere, autentiche, perché fanno sentire il quotidiano delle nostre storie normali.

 

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