Il renzismo e la mancanza di intellettuali

22.10.2014 16:31

Dc, Pci, Psi, Msi. Questi erano i quattro partiti nella Prima Repubblica. Poi c’erano i partiti minori che gravitavano nella galassia democristiana: Psdi, Pli, Pri.

Questi piccoli partiti avevano leader importanti come Saragat, La Malfa e Malagodi, ma se fossero spariti (i partiti, naturalmente) nessuno li avrebbe rimpianti.

Da un’analisi più accurata risulta però che i quattro partiti erano in realtà due, poiché il Msi era fuori gioco e il Psi non è mai riuscito, neppure con Craxi, a uscire da una condizione di minorità, malgrado abbia dato contributi sulle riforme. Dei due partiti rimasti uno governava e l’altro no.

Nella Seconda Repubblica i partiti sono rimasti due, il partito di Berlusconi e quello contro Berlusconi. Questi due partiti avevano articolazioni interne. Nel fronte berlusconiano c’era la Lega che giocava in proprio e c’erano Fini e Casini che hanno inutilmente tentato di farlo.

Nel fronte opposto c’erano gli ex comunisti con le diverse sigle che, sentendosi figli di un dio minore, non solo cercavano alleanze ma cercavano disperatamente un leader esterno che, una volta trovato (Romano Prodi), impose loro di sparire per fondersi con la Margherita.

Poi c’era un partito antiberlusconiano «esterno», fatto di giornali, magistrati e gente di spettacolo. È stato per anni il più forte partito della sinistra, fino a quando Beppe Grillo non lo ha spostato su un territorio oscuro e ambiguo.

Ora che Berlusconi sta svanendo, si rischia che il partito sia uno solo, quello di Renzi, e certamente (a mio modestissimo avviso) è questo l’obiettivo del premier.

Nella storia mondiale, partiti che in regime democratico hanno funzionato come partiti unici di governo ne abbiamo avuti almeno tre: la Democrazia Cristiana italiana, il Partito Rivoluzionario messicano e i Conservatori giapponesi.

La domanda che mi pongo è la seguente: Renzi a quale modello s’ispira? Il premier ha bisogno di tenere il campo del centrosinistra perché, malgrado quello che pensano i suoi detrattori, non è un populista ma un uomo ambizioso che vuole tutto il potere per sé e ha un progetto che a lui sembra moderno e progressista.

Per realizzare il suo progetto cerca di formare un blocco elettorale fatto di ceti medi, di famiglie e di cittadini che mal sopportano lo Stato, il sindacato e tutti gli apparati pubblici.

E’ chiaro ed evidente (quando ne prenderanno atto sarà sempre troppo tardi) che in questo partito non c’è posto per la sinistra tradizionale.

Prima di Berlusconi abbiamo avuto la repubblica dei partiti, con Berlusconi il partito che ha trasformato i cittadini in una sorta di pubblico, con Renzi siamo di fronte al primo vero tentativo di americanizzare l’Italia.

Se leggete la biografia di Obama scritta dal direttore del New Yorker, vi renderete conto di quanti debiti Renzi e il suo entourage hanno contratto con gli schemi del presidente americano (il cui successo è tutto da discutere).

Gli allarmismi che sento in giro non credo abbiamo un serio fondamento; con Renzi la democrazia non corre alcun rischio, tuttavia la democrazia deve cercare basi più solide di quelle fragilissime di questa transizione, con un sistema traumatizzato da due cambi, dall’era democristiana a quella berlusconiana, da quella berlusconiana a quella renziana. Mi sorprende che non vi sia alcun politologo e alcun intellettuale che rifletta sul renzismo.

Ci sono diversi libri su Renzi ma poche riflessioni. Forse sono io che non le conosco, forse sono loro che non lo prendono sul serio o forse sono stanchi di scrivere dopo i tanti inutili volumi sull’era berlusconiana.

A parte tutte le riflessioni politiche, quello che mi preoccupa di Renzi e credo sia un problema da non sottovalutare, è quello della mancanza di intellettuali attorno a lui, con lui o contro di lui.