Il vento in testa

27.03.2015 20:45

Una rivista di qualche tempo fa suggeriva le «dieci cose per rendere più piacevole il vostro viaggio in aereo».

Dieci consigli utili, dieci cose da fare, ma mancava quella che da qualche giorno è diventata imprescindibile: una coppia di piloti non affetti da disturbi dell'umore.

Il disastro Germanwings ci ha messo di fronte a una banale e terribile verità: un viaggio in aereo (ma anche in treno o in autobus) consegna la nostra vita nelle mani di un'altra persona.

Mani che possono essere collegate a un cervello inefficiente, perfettamente corredato di nozioni tecniche ma ottenebrato dalla stanchezza o, come nel caso di Andreas Lubitz, avvelenato dalla depressione.

La testa del giovane pilota, preparato ed esperto malgrado la sua giovane età, era come un velivolo in balia di un dirottatore; il male oscuro, annidato da qualche parte nella cabina passeggeri della sua mente, ha fatto irruzione in cabina di pilotaggio; poi, come il terrorista dell'11 settembre, ha neutralizzato il vero comandante e ha deciso che la destinazione finale del volo era la morte.

Dopo essermi documentato, ho potuto appurare che questo non è il primo caso, e anche se non tutti i disastri aerei inspiegabili si possono attribuire all'impazzimento dei piloti, al loro vento in testa, per l'incidente della Air Maroc del 1994 non ci sono dubbi: il comandante disattivò il pilota automatico e diresse l'aereo verso il suolo, l'unica incertezza è se l'abbia fatto perché innamorato senza speranza della giovane copilota già sposata.

Nel 1982 la follia del comandante fece precipitare un Dc8 della Japan Airlines, e nel 1999 un altro pilota psichicamente disturbato decise di farla finita mentre era alla guida di un aereo della Egypt Air.

Stessa spiegazione per la sciagura della Mozambique Airlines di due anni fa: problemi mentali e fallimenti familiari. Si parla di errore umano solo quando il pilota sbaglia manovra, ma secondo me dovrebbe essere considerato errore umano anche quello di chi sbaglia nel valutare l'attitudine di una persona ad assumersi la responsabilità di un aereo carico di passeggeri. E aggiungo che nel caso di un pilota, un blackout neuronale dovrebbe essere considerato un'avaria alla stessa stregua di un guasto al motore.

Fatto sta che i disastri aerei dovuti a cervelli bacati dalla depressione superano quelli causati da menti bacate dal fondamentalismo.

Sempre dopo attenta documentazione, ho capito che è praticamente impossibile avere la totale sicurezza a bordo di un aereo, che comunque è quello statisticamente più sicuro (i meno sicuri sono nell’ordine: il motorino che compriamo ai nostri figli a quattordici anni, andare a piedi, la bici, l'auto, la nave, il camion, il treno e l'autobus). Per evitare ulteriori disastri, dovrebbero a mio avviso scattare alcune precauzioni, ad esempio monitorare gli studi degli psichiatri per individuare eventuali piloti fra i pazienti, abolire Schengen per limitare la libera circolazione dei depressi, cercare in Internet proclami farneticanti in cui al depresso impegnato nella guerra santa contro la vita e la felicità altrui si prometta un Paradiso con settanta psicanalisti e fiumi di Prozac.

Oppure bisognerebbe indirizzare i depressi verso professioni più adatte a loro: ad esempio potrebbero fare gli scrittori, gli attori o magari gli insegnanti, non perché un insegnante affetto da depressione non possa fare danni, ma siccome è arcinoto che l'insegnamento è la professione più colpita da sindrome depressiva e nessuno fa niente per prevenire e affrontare il problema (almeno in Italia), si deduce che per chi governa non sia poi così importante.

Questi depressi sono poi più subdoli dei jihadisti sotto copertura, non ce n'è uno di cui, dopo che ha schiantato un aereo, sterminato una famiglia o fatto strage in una scuola, amici e vicini di casa non dicano che era una persona tranquilla, gentile e generosa.

Ma allora come possiamo individuarli, fermarli, evitarli, o almeno evitare di sposarli?

Impossibile, perché sono intorno a noi, perché la depressione arruola molti più uomini e donne di quanto non faccia l'Isis; magari anche qualcuno di noi segretamente milita o ha militato nelle file delle menti ammantate di nero, e sappiamo che uscirne è molto difficile.

La risposta che possiamo dare per placare le nostre ansie di passeggeri è riflettere sulla fiducia. In fondo la nostra vita è sempre nelle mani altrui, non solo quando prendiamo un aereo o un treno, ma anche e soprattutto quando attraversiamo la strada, facciamo un giro in bici o ci sdraiamo su un tavolo operatorio.

Non ce ne rendiamo conto, ma ogni attimo della nostra vita è un atto di fiducia nell'equilibrio mentale del nostro prossimo e nel suo desiderio di non farci del male. E se io sono qui a scrivere e voi mi state leggendo significa che una sorta di fiducia me la state concedendo. Gli unici che ci fanno saltare i sistemi d'allarme sono i dentisti, anche se nessuno è mai stato ucciso sulla poltrona del dentista, al massimo ha rischiato di morire sentendo il preventivo.

La sicurezza totale è una chimera e le misure servono a poco; paradossalmente senza le misure antiterrorismo prese dopo l'11 settembre (la cabina di pilotaggio inespugnabile dall'esterno) oggi centocinquanta persone potrebbero essere ancora vive. Dobbiamo sempre convivere con l'incertezza, in ogni momento; non fidarsi e non voler accettare il rischio significa rifiutare la vita.

Forse anche Andreas Lubitz era stanco di fidarsi di se stesso, degli aerei che guidava, del tempo atmosferico, del cielo, di rischiare ogni giorno. E allora ha placato la sua inquietudine puntando verso l'unica, incrollabile certezza che aveva a disposizione in quel momento: la parete di una montagna.