Impariamo a difenderci

15.11.2015 20:19

C’è un Isis saldamente insediato nel territorio a cavallo tra Siria e Iraq, con propaggini consistenti in altri Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, e c’è un Isis dentro l’Occidente, fatto di individui nati o naturalizzati in Europa, arruolati come cellule endogene della guerra totale jihadista.

Se il primo è un nemico definito che si può combattere, magari discutendo quale sia la strategia più efficace, con il secondo la sfida è improba.

Otto kamikaze che riescono a mettere in scacco una capitale europea (s’immagina ben presidiata) equivale a un’ammissione di resa e di impotenza. Di questo bisogna prendere atto.

La retorica del “non cederemo” e del “non ci faremo intimidire” è buona solo come esortazione auto consolatoria. I fatti di venerdì scorso dicono che Parigi ha già ceduto, perché ancora una volta, dopo e nonostante Charlie Hebdo, la sua intelligence non ha saputo prevenire nulla.

Se in occasione dello sterminio dei vignettisti del settimanale satirico ci poteva essere l’attenuante di un singolo attacco, cui si è pure aggiunta la sanguinosa appendice del supermercato kosher, stavolta siamo in presenza di un piano organizzato da una struttura militarizzata che aveva come teatro un’intera città, con almeno - tra esecutori e mandanti - una ventina di persone coinvolte, e che poggiava, stando ai primi indizi, sulla saldatura tra i vertici dell’Isis e i suoi adepti francesi.

Come si possa organizzare tutto questo facendo un ampio spiegamento di armi da guerra (per la prima volta sono state usate in Europa anche le cinture esplosive) senza che i servizi segreti si accorgessero di nulla, è un tema su cui il governo francese credo debba interrogarsi seriamente.

Oltretutto, siccome uno dei punti dell’attacco era lo Stade de France proprio nel momento in cui il Presidente della Repubblica François Hollande assisteva alla partita, si capisce bene che l’Isis puntava dritta allo Stato nella sua più alta carica rappresentativa.

Viviamo nell’epoca del Grande Fratello, le nazioni si spiano reciprocamente, gigantesche banche dati sanno e archiviano tutto di noi e delle nostre abitudini, droni e satelliti-spia possono individuare con precisione un ago in un pagliaio, e poi un gruppetto di terroristi indisturbati spara, massacra e prende ostaggi devastando una comunità inerme lasciata per ore alla sua mercé.

C’è qualcosa che non funziona, una troppo evidente sproporzione tra la presunzione del controllo totale e l’incapacità di vedere e prevenire, che offre al terrorismo organizzato non varchi d’azione ma praterie.

In attesa di trovare un minimo di azione comune, l’Occidente, più che attaccare, deve pensare a difendersi, e l’efficienza della sua intelligence diventa un fattore fondamentale.

Da una parte c’è l’America, che si era chiamata fuori e ora si riaffaccia sulla scena mediorientale scontando errori, incertezze e cambi di fronte. Dall’altra c’è la Russia, il cui decisionismo non basta a evitare che le bombe facciano esplodere i suoi aerei. In mezzo c’è l’Europa che, come sempre, procede in ordine sparso. E invece l’Isis sa chi e cosa vuole colpire e persegue con determinazione i suoi obiettivi. In una guerra, perché di questo si tratta, è un vantaggio non da poco.

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