La cultura mafiosa rende ancora più trinariciuti del comunismo

24.04.2016 00:36

Innanzitutto chiariamo subito una cosa: il paese di don Camillo e Peppone non è Brescello, il Comune sciolto per infiltrazioni della 'ndrangheta, ma Ponteratto, citato soltanto nel primo episodio del libro di Guareschi per poi essere chiamato semplicemente "il borgo", un paese di circa tremila abitanti situato nella bassa padana. Questo borgo possedeva una piazzetta, una chiesa parrocchiale, una Casa del popolo, il Caffè e il Municipio. Ponteratto ha anche un'altra importante caratteristica: a differenza di Brescello, non esiste, o meglio, esiste solo nei racconti di Guareschi dedicati a don Camillo e Peppone.

Ma allora perché si parla di Brescello? Brescello è solo la location dei film tratti dalle loro avventure, peraltro una location nemmeno voluta da Guareschi ma dal regista, dopo grandi litigi con lo scrittore.

La preferenza del regista per Brescello non era dovuta all'integrità morale degli abitanti e neppure alla loro naturale adesione all'indomabile spirito guareschiano, ma al fatto che la chiesa e il Municipio erano situate l'una di fronte all'altro, in plastica contrapposizione, proprio come nel libro di Guareschi.

Prima che arrivasse questo regista a girare i film, l’evento più significativo della storia di Brescello era stato un assedio longobardo che lo rasero al suolo. I longobardi erano barbari all'antica, di quelli impulsivi e sempliciotti che se decidevano di distruggere una città ne abbattevano gli edifici.

Ma una ventina di anni fa accadde una cosa strana, i luoghi in cui si girò Don Camillo vennero invasi da clan barbarici molto più evoluti, saliti al nord da Cutro, una località della Calabria, uno dei pochi paesi in cui sono successe meno cose che a Brescello.

Questi intraprendenti barbari hanno capito che in Italia per demolire una città è molto più utile costruire edifici che raderli al suolo: altre tribù calabresi lo hanno fatto a Milano, a Roma, a Genova, a Firenze, e i risultati si vedono. La droga e la prostituzione piacciono a molti, ma le case molto di più, e quando i mattoni delle case sono impastati col crimine, il crimine diventa abitabile, domestico e guai a chi te lo tocca.

Uno dei risultati dell'assedio dei Cutro-bardi a Brescello è la nascita di un nuovo quartiere, chiamato appunto Cutrello, sorto da una variante al piano regolatore. O forse è Cutrello che ha un vecchio quartiere di nome Brescello, vacci a capire.

Ma il nuovo film ambientato a Brescello non ci coinvolge e non ci appassiona, perché non è affatto animato da un vigoroso antagonismo come quello fra don Camillo e Peppone, dato che questa volta padrino e sindaco andavano d'amore e d'accordo, circondati dall'unanime stima della cittadinanza.

L'equivalente della vecchia maestra monarchica custode di grandi valori, indimenticabile personaggio del primo Don Camillo, fu il gestore dell'omonimo caffè sotto il Comune di Brescello che, una quindicina di anni fa, dopo aver ricevuto intimidazioni mafiose, abbassò le saracinesche esponendo il cartello «chiuso per mafia».

Nel libro e nel film, il sindaco Peppone mette da parte l'orgoglio comunista per onorare l'inossidabile vecchietta monarchica, mentre il primo cittadino dell'epoca si schierò contro il barista aggiungendo le sue minacce a quelle dei mafiosi. Sono certo che il grande Guareschi sarebbe oggi sorpreso nel constatare che la cultura mafiosa rende ancora più trinariciuti del comunismo.

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