La forza del sorriso

04.05.2014 18:37

Bisogna essere molto cattivi per commentare maliziosamente la scelta del cantante cui è stato affidato l'inno di Expo 2015, ma io lo sono abbastanza e quindi non ci penso nemmeno di dire che Andrea Bocelli è senz'altro il testimonial più rappresentativo. 

Perché ci vogliono seri problemi oculistici per non rendersi conto che a meno di 365 giorni dall'inaugurazione, l'Expo più che «Nutrire il pianeta» ha nutrito una torbida galassia di imprenditori senza scrupoli e politici arrembanti, e più che «Energia per la vita» si è trasformato soprattutto in «Energia per la malavita».
Forse nemmeno le famose squadre di operai cinesi, che in occasione delle Olimpiadi del 2008 sono state in grado di edificare uno stadio in pochi giorni, potrebbero assicurare che tutte le opere saranno realizzate in tempo. 

Scommetto un caffè che nemmeno una fermata della nuova linea della metropolitana sarà pronta per il prossimo anno, e metà dei progetti di infrastrutture e complessi residenziali, che dovevano abbellire ed esaltare Milano e che pure sono stati drasticamente ridotti rispetto all'idea originale, saranno pronti in tempo.
E’ giusto appellarsi alla Forza del sorriso (questo il titolo dell'inno ufficiale dell'Expo) perché ci vorrà molto senso dell'umorismo da parte degli osservatori internazionali perché non si mettano le mani nei capelli e non trasferiscano d'imperio la manifestazione alla sua rivale, Smirne, dove sicuramente in dodici mesi si farebbe più di quel che si è fatto a Milano in otto anni.
Non perché i turchi siano mostri di efficienza e di integrità, ma perché quando si tratta di attrezzare una città per un'Esposizione universale, avere una classe politica e imprenditoriale sufficientemente onesta o almeno non legata a doppio filo a ceffi ricercati dall'Interpol, aiuta non poco.
È stato rimproverato a Matteo Renzi di non impegnarsi abbastanza per l'Expo, un distacco che prova quanto il premier, malgrado le apparenze, abbia la testa ben avvitata sulle spalle. 

Un premier non può certo dire apertamente che Milano si è messa nella merda da sola, e lui ha già troppi grattacapi a Roma per togliere le castagne dal fuoco a tutti i milanesi maneggioni, gradassi e velleitari, che negli ultimi anni si sono riempiti la bocca e le tasche con l’Expo, per svegliarsi solo qualche settimana fa e accorgersi che manca appena un anno. 

Ma per quanto istrione e non certo riluttante a usare la tecnica del fumo negli occhi, non se la sente di spendere la faccia, che pure ha già messo su riforme spericolate, per ridare credibilità a un'operazione che presenta i sintomi fatali di una colossale brutta figura. 

Alla fine dovrà farlo, perché se rimarrà al governo non avrà alternative, ma siccome non è scemo, sta studiando il modo meno compromettente, e magari si sta anche consultando con Delrio per chiedere in segreto ai vari comitati internazionali di escludere l'Italia dall'assegnazione delle sedi di eventi di questo tipo per almeno un cinquantennio, o meglio, di farla partecipare alle gare (perché lasciarla fuori non è diplomatico) ma di guardarsi bene dal farla vincere.
Collocare manifestazioni che prevedono imponenti lavori edili e urbanistici in un Paese dove il settore dell'edilizia è quasi integralmente controllato dal crimine organizzato, attraverso legami con classi politiche locali corrotte, e dove non è possibile mettere una fontanella in un parco senza che insorgano venti comitati di cittadini pro o contro, è come affidare a un alcolista le chiavi di una cantina piena di vino.
Un'Esposizione universale sul cibo, nella terra più feconda e generosa del mondo, produttrice di eccellenze straordinarie e apprezzate ovunque e patria di Slowfood (che per chi si occupa di geopolitica alimentare è l'equivalente del Vaticano per i cattolici) poteva essere un gol a porta vuota, un'occasione unica per mettere l'Italia nella luce migliore, quella emanata dalla sua cultura materiale e segnatamente gastronomica.
Poteva esserlo soprattutto se la sede non fosse stata quel termitaio che è Milano, dove una volta i politici erano nei libri paga degli imprenditori e ora direttamente in quelli dei boss, identikit cui purtroppo non sfugge completamente nessuna delle metropoli italiane.
Non proviamo nemmeno un brivido masochista all'idea che l'Expo 2015 riesca male e che i media mondiali processino eventuali carenze, ritardi e disorganizzazione imperdonabili, visti gli anni a disposizione per prepararlo. 

Ma è veramente difficile sperare, quando il primo provvedimento annunciato per accelerare la marcia verso l'Expo è, nel più puro stile italiano, una serie di nomine: un super responsabile dei cantieri più un comitato di quattro persone per «fluidificare la comunicazione tra Milano e il governo centrale». Il tutto con Lforza del sorriso, naturalmente.