La storia non si fa con i «se»

22.11.2015 15:30

La storia non si fa con i «se». Con i «se» si fa un genere che sta alla storia come la fantascienza sta alla scienza (in italiano si dice ucronia, una parola che assomiglia a un disturbo dell’umore).

Tanto per capirci, «se Cesare non fosse stato ucciso?» oppure «se Hitler avesse vinto la Seconda guerra mondiale?» sono esempi di storia fatta con i «se». Ma non c'è bisogno di attingere a eventi così lontani e prestigiosi, ognuno di noi può scrivere la sua storia personale fatta con i «se»: se quella sera non avessi invitato quella ragazza a passeggiare lungomare, oggi con chi sarei sposato? Se non mi fossi ribellato a mio padre e avessi accettato i suoi soldi, oggi sarei un professore universitario? Qualche milanese oggi cinquantenne si sarà forse domandato: se papà quella mattina non avesse cancellato l'appuntamento alla Banca dell'Agricoltura?

E se quella mattina d'agosto del 1980 mi fossi trovato alla stazione di Bologna anziché in quella di Ancona? E potremo continuare all’infinito.

Per chi ha la mia età, gli attentati di Parigi sono una sorta di dejà vu aggiornato. Siamo cresciuti in un Paese dove qualcuno collocava bombe in luoghi pubblici senza nemmeno il buon gusto di farsele esplodere addosso (unica eccezione, involontaria, Giangiacomo Feltrinelli, ma questa è un’altra storia). Erano personcine così schive e modeste che non firmavano mai gli attentati e addirittura facevano cadere i sospetti su terzi; e non c’era nemmeno uno straccio di video in cui qualche omaccio barbuto, brandendo un ditone apocalittico, minacciasse morte e distruzione a tutti quelli che non credevano in quel che credeva lui.

Tant'è vero che a trenta o quarant'anni di distanza non sappiamo ancora bene chi e perché le ha messe, quelle bombe, che hanno ammazzato gente di destra e di sinistra, uomini, donne e bambini, soprattutto cristiani cattolici, come a Parigi, ma anche protestanti e perfino buddisti, perché se fai esplodere una bomba in una grande stazione italiana in agosto, hai buone probabilità di beccare tedeschi, francesi, inglesi, americani e giapponesi.

Anche gli stragisti italiani volevano cambiare - eccome! - il nostro stile di vita a colpi di morte, anzi di morti. Ed è difficile, per chi in quegli anni era abbastanza grande da guardare un telegiornale, non cadere nel vizio della storia fatta con i «se» e chiedersi: se a quei tempi ci fossero stati i social-network? Come abbiamo fatto a sopravvivere, ad elaborare, ad esprimere rabbia, sdegno e lutto, senza un Twitter in cui riconoscerci, senza un video da diffondere su Facebook, senza un passaparola o un messaggio rassicurante del premier da spargere su Whatsapp?

Rispetto a quelle di oggi, le stragi di allora sembrano mute, primitive, claustrofobiche; i morti erano un elenco di nomi o poco più, non delle facce, delle foto su Internet, e l'eco degli scoppi svaniva in poche ore anziché essere replicato, moltiplicato e riecheggiato per giorni e giorni da un'orchestra di media. Perché quella volta non c'erano nemmeno le maratone televisive (la prima “maratona tv” risale al 1981, quella della tragedia di Alfredino, il bimbo caduto nel pozzo); e non c’erano nemmeno i talk-show in cui si urlava allo scontro di civiltà, perché in fondo pure lì di questo si trattava, anche se non c’era di mezzo nessun musulmano.

Eppure anche allora, quando l'informazione passava solo attraverso poche reti televisive e radiofoniche, scattò la psicosi, il passaparola isterico, la paura per ogni borsa lasciata incustodita. Ma la potenza di fuoco della comunicazione sulle nostre emozioni era incommensurabilmente minore rispetto ai nostri giorni.

Da un punto di vista emotivo le stragi italiane di ieri sono lontane da noi nel tempo, rispetto a quelle parigine di oggi, tanto quanto lo sono nello spazio gli attentati che si registrano quotidianamente in Medio Oriente, in Afghanistan e in Pakistan.

Massacri a bassorilievo, appiattiti dalla distanza e dall'abitudine, che non ci scuotono e non ci riempiono più di sdegno, come la grande lapide con i nomi delle vittime nella sala d'aspetto della stazione di Bologna. Davanti a quella lapide, qualsiasi cuore umano salta un battito, soprattutto davanti al nome di una bambina seguito dalla scritta «anni 3», la vittima più giovane della strage. Una bambina piccola, proprio come i bimbi che ogni giorno muoiono in Siria, a Gaza, in Israele.

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