L'amore non è bello se non è litigarello

30.01.2017 14:43

Nella Russia di oggi una legge più severa contro la violenza domestica sarebbe stata un'isoletta di sensibilità da progredito Paese in un contesto autoritario e omofobo. Pare che lo stesso Vladimir Putin non disdegnasse in passato di crocchiare occasionalmente la moglie, la prima moglie, la cui inquietante somiglianza con Hillary Clinton spiegherebbe tante cose; invece l'attuale compagna riesce forse a sottrarsi alle sberle grazie alla sua agilità di ex campionessa di ginnastica artistica.

Lo zar del Cremlino, amante della grande letteratura russa, conoscerà sicuramente certi romanzi di Gogol in cui i personaggi, gente di campagna, discutono con grande naturalezza su quale sia il momento migliore per picchiare la moglie. Ma se altri romanzieri europei avessero fatto analoghi sondaggi, il risultato sarebbe stato uguale, l'unica differenza sarebbe stata nelle bevande usate, non vodka ma birra, rum o vino. Questo era il fine settimana del buon padre di famiglia proletario, sfinirsi con l'alcol e picchiare i familiari fisicamente più deboli, non solo le mogli ma anche i bambini. L'ultima parte del divertimento offriva uno sfogo psicofisico alle vessazioni e alle fatiche, e oltretutto gratuito, a differenza dell'alcol che andava pagato.

Sui bambini potevano sfogarsi anche le madri di famiglia, ubriache o no: anche le donne picchiavano, e picchiano. Le “sane sculacciate” di una volta, che qualcuno oggi rivaluta come ruvida ma efficace pedagogia dei vecchi tempi, erano innanzitutto l'esercizio, trasmesso di generazione in generazione, del diritto di maltrattare i figli per sfogare il proprio malumore o semplicemente perché se ne aveva voglia. Al diavolo la pedagogia, nessun genitore ha dovuto mai fare violenza a se stesso per picchiare il suo bambino, se lo faceva era perché gli andava, non certo perché la legge lo obbligava. Gliene dava il diritto: in Italia si chiamava ius corrigendi, nel caso dei mariti valeva anche sulle mogli ed è rimasto in vigore fino al 1975, anno della riforma del diritto di famiglia.

A cento anni dalla Rivoluzione, in Russia è stato riconfermato il diritto riconosciuto a quelli dell'Ottocento: fra le mura di casa propria ogni uomo è uno zar. La legge infatti declassa la violenza domestica a illecito amministrativo punibile con una multa, il carcere viene inflitto solo se le percosse sono ripetute nell'arco di un anno e motivate da odio; quindi se tuo marito ti spiezza in due perché crede che l'amore non sia bello se non è litigarello, o perché è sbronzo, se la cava solo con una contravvenzione.

Da questo punto di vista è molto più avanti la società islamica, in cui la violenza domestica è così poco tabù che alcuni terapisti sauditi indicano il modo giusto e “moderno” per picchiare la moglie: prima bisogna richiamarla verbalmente ai suoi doveri secondo il Corano, poi punirla ignorandola a letto, e solo alla fine, se non torna alla ragione, va colpita con un ramoscello (per ora niente bastone) per farle capire che ha sbagliato. Prima di arrivare alla lapidazione devono esserci altrettanti passaggi. Signori, questa è civiltà.

Tornando alla legge approvata in Russia, prima di inveire contro il sessismo sappiate che è stata sostenuta proprio da una donna, già promotrice delle norme contro la propaganda gay, secondo la quale la sculacciata è «il tradizionale mezzo di educazione russo», un po' come, secondo il presidente Donald Trump, la molestia sessuale è il tradizionale mezzo di corteggiamento americano.

 

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