Laura non c'è

17.12.2016 21:28

Nell’immortale lettera che Totò e Peppino scrissero alla “malafemmina”, c’è un passo che dice: «Perché il giovanotto è studente che studia, che si deve prendere una laura…». Ecco, il titolo di studio del ministro dell'Istruzione è proprio una “laura”, come quella cui aspira il nipote di Totò e Peppino. Infatti nella trascrizione dell'intervista a Valeria Fedeli sull'Unità-on line, testata che non si può certo sospettare di fronda antigovernativa, si legge: «Se volevo truffare, non avrei mai messo nel mio curriculum "diploma di laura", ma avrei scritto laurea e basta». 

Ammesso che si tratti di un refuso e non di una malizia subliminale del cronista, resta lo scorretto «se volevo truffare». È vero che i ministri giurano fedeltà alla Costituzione e non alla grammatica italiana, e che i nazisti della grammatica stanno sui maroni anche agli Accademici della Crusca, ma quell'indicativo abusivo in bocca alla responsabile dell’istituzione che dovrebbe insegnare agli italiani a parlare e scrivere correttamente, un pochino mi stona.

Intanto che aspettiamo il primo governo leghista per avere un ministro dell'Istruzione che dice: «va' là che vai ben», cerchiamo di pretendere un po' di proprietà di linguaggio, anche dal ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli, che come ex sindacalista, femminista e in prima linea contro le discriminazioni di genere, mi potrebbe stare anche simpatica, ma l’avrei vista meglio alla Famiglia o alla Salute al posto di quei beghini di Galletti e Lorenzin. Mi addolora che in prima fila a sfruculiare il suo enigmatico curriculum scolastico ci sia proprio Adinolfi, per il quale non usare il congiuntivo è meno grave che usare il preservativo. 

Si direbbe che Fedeli sia stata paracadutata su quella poltrona dallo stesso imprevedibile algoritmo del Ministero dell’Istruzione che, dopo la riforma Giannini, assegna le cattedre d'insegnamento per chiamata diretta del preside Gentiloni, e la sua unica abilitazione per l'incarico era quella di non essere Stefania Giannini, la quale è stata l'unica ministra di Renzi a non rimediare nemmeno uno strapuntino nel gabinetto del conte Gentiloni. La riforma Boschi è stata respinta da un plebiscito popolare che ha mandato a casa il governo, la riforma Madia è stata bocciata dalla Consulta, il Jobs Act di Poletti è stato così ben accolto che forse ci costerà un altro referendum, eppure i loro autori sono stati salvati. Giannini no, anche se la sua “Buona Scuola” non è stata più sputacchiata di tutte le riforme scolastiche tentate nell'ultimo ventennio.

La defenestrazione di Giannini fa sospettare che per un governo italiano sia più facile venire a patti con i cardinali che con gli insegnanti, dato che le unioni civili sono passate ma la valutazione del merito dei docenti è ancora nel libro dei sogni. «Va bene sostenere i migliori, ma mai dimenticarsi di chi non ha avuto le possibilità per poter studiare fino al percorso universitario» ha detto la Fedeli nella sua prima uscita pubblica. «So che parto con un handicap e che gli altri hanno un vantaggio iniziale su di me. Mi sforzerò di dare a chi mi è vicino la certezza che, almeno nei valori di fondo, sono di una coerenza assoluta». No, questo non l'ha detto la ministra, bensì Oscar Giannino dopo la figuraccia delle due lauree che non c'erano. A questo punto, speriamo che lo dica anche lei.

 

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