L'autunno del patriarca

05.12.2016 13:20

Non c’è cosa peggiore per chi ha un’indole narcisista che scoprire di non piacere più. Capitò anche a Silvio Berlusconi, che ha sette vite come i gatti, ma prima di riprendersene una ci mise un po’ di tempo. Questo, oltre che ad essere stato un voto in difesa della Costituzione, è stato un voto contro Matteo Renzi, anzi, un plebiscito, visti i quasi venti punti che costituiscono il divario tra i "No" e i "Sì". 

L’inquilino sfrattato da Palazzo Chigi, che non è certo sciocco, lo ha capito perfettamente e si è sfogato con questi termini: «Non credevo che tanta gente ce l’avesse con me». Questa, al di là di come andranno le cose, è l’incognita più forte che pesa sul suo futuro politico. Renzi è un brand in caduta libera, direbbero gli esperti di marketing, è uno che al solo vederlo suscita un sentimento di rigetto. In poco più di due anni, è passato da una travolgente vittoria (il 41% alle Europee del 2014) a una rovinosa sconfitta. Di chi è la colpa? In gran parte solo sua. In primis per avere impostato questa campagna elettorale come una disfida dell’uno contro tutti, tanto da evocare scenari apocalittici in caso di sconfitta (avesse letto Ennio Flaiano, avrebbe capito che in Italia la situazione è grave ma mai seria). Poi per avere sottovalutato le condizioni economiche del suo Paese, stretto nella morsa di un debito pubblico abnorme e di un sistema bancario che il suo governo ha follemente decantato come il più solido del mondo, salvo poi ritrovarselo a pezzi.

Per tutto il tempo in cui è stato al governo ha enfatizzato il racconto di un’Italia che non c’è, ne ha misconosciuto contraddizioni e punti di debolezza, si è intestato i meriti di una ripresina che è il portato di una congiuntura favorevole fatta di bassi tassi di interesse e petrolio ai minimi storici. Da ultimo, ha sconsideratamente attuato una politica divisiva, spacciando la rottamazione – il mantra che ne ha accompagnato l’irresistibile ascesa – per la mera e brutale occupazione del potere da parte dei suoi. Non contento, ha disfatto gli apparati della burocrazia statale con intento magari meritorio ma certamente con modalità sconsiderate, visto che alla fine alcuni dei suoi provvedimenti (come la riforma della Pubblica amministrazione) si sono arenati per vizi di forma. E non c’è niente di peggio di un governo che affoga nel dilettantismo di chi vuol disfare le regole ma non sa scrivere le nuove. Ora si volta pagina e le incognite si sprecano. Governo di scopo per scrivere uno straccio di legge elettorale per andare al voto? Governo tecnico per parare i contraccolpi europei di una manovra poco plausibile? E Renzi, che si è dimesso da presidente del Consiglio, si dimetterà anche da segretario del Pd o cercherà di capitalizzare quel 40% di consensi che è quasi tutto suo?

Non credo che la carriera politica di Renzi finisca qui. L’uomo è coriaceo e saprà riprendersi. Quello che sicuramente è finito è il renzismo come racconto della realtà. Non puoi in tempi di “trumpismi” al di là e al di qua dell’oceano cullarti su magnificenze inesistenti. Adesso si dirà che questo voto è figlio della pancia del Paese e frutto del populismo dilagante. Ma forse è il caso che qualcuno, a cominciare da chi prenderà le redini del prossimo governo, cominci a guardare alla pancia della nazione con la stessa considerazione con cui ne ascolta la testa.

 

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