Le ceneri di Gramsci

01.02.2017 14:58

Spuntano pallide dalle ceneri di Gramsci, in una cornice mediatica di banalissima retorica, le ragioni moralizzanti di un ennesimo sentimento liberal, interpretato con la consueta disinvoltura da Matteo Renzi. Più in basso, nella logica di trasformazione della stessa area di appartenenza, la prospettiva di un partitino di sinistra démodé, uno spazio di sopravvivenza politica per le esigenze intellettuali, per così dire, di D'Alema e Bersani, responsabili del fallimento della sinistra e padri accidentali del medesimo Renzi.

A illuminare la povera mente di una buona parte della popolazione, confusa e affranta, che una volta si sentiva orgogliosamente di sinistra, sono ancora una volta gli audaci e fieri paladini di una delle strutture politiche più autolesionistiche della storia politica mondiale, quel Pd che non ha mai saputo essere una forza moderna di aggregazione popolare e men che meno dare risposte per guadagnarsi la giusta considerazione di chi guardava con speranza nella sua direzione. E oggi a proporre con straordinaria sfrontatezza una linea di condotta che suscita un'attenzione opaca e flebile, sono i protagonisti delle speranze deluse. Da una parte chi non è stato capace di sostenere un ruolo di egemonia culturale e politica nel paese e, quel che è peggio, all'interno del proprio partito, come D'Alema e Bersani; dall'altra chi ne ha saputo approfittare prontamente, senza tuttavia entusiasmare più di tanto la piazza, come appunto l'energico Renzi. Costui, tuttavia, dotato di speciali corde empatiche che si dilatano con dispendioso sforzo per diventare simpatiche, dimostra di avere le idee chiare sul da farsi, ponendosi come fondamentale punto di riferimento per rilanciare definitivamente il club della nazione.

I servigi che un simile perfezionista della politica mette a disposizione del paese rappresentano una materia che va trattata con prudenza, cercando di capire lo spirito dell'aspirante riformista; non mi sembra che in giro si avverta il bisogno di adottare un linguaggio semplice e diretto per illustrare cosa sia e come si raggiunga il bene collettivo, e Renzi in questa ottica non mi convince abbastanza. Tutti noi abbiamo imparato che l'etica non può prescindere dall'essere rappresentata da un'estetica compiutamente affine, ragion per cui conviene ricordare che il padre del liberalismo moderno, Benedetto Croce, sosteneva che quest'ultima consiste nei particolari, e se questi passano sotto gamba senza essere adeguatamente osservati e analizzati, non credo si possa comprendere la vera natura di una politica che fa della doppiezza la sua caratteristica principale.

Un partito perpetuamente in divenire, come il Pd, che ha tranciato in scioltezza ogni legame col passato, tanto che un pensiero di Gramsci o una posizione morale di Berlinguer risultano oggi essergli del tutto estranee, finisce con l'assumere la forma dell'acqua, adattandosi alle linee estetiche di qualsiasi contenitore che abbia un peso specifico. E il Pd, come l'acqua, una volta passato a liquefazione e rinunciato a una configurazione solida, ha necessità di essere contenuto e delimitato, altrimenti va modellandosi agli umori e alla volontà di chi lo ha predisposto all'imbottigliamento. Il Pd privo di P (fosforo) e in versione H2O (acqua) riempie le otri di un apparato di comando lasciando a secco la pianta della coerenza.

Fuor di metafora, rimane una forza che si ritorce contro se stessa, delegittimandosi con atteggiamenti e argomentazioni che hanno come priorità il controllo della struttura che la compone, ossia il partito in quanto simbolo ed istituzione, ignorando clamorosamente le aspettative popolari e di chiunque si auguri una sinistra rinvigorita. All'interno del suo ambito si guarda con ossessione a un leader che sappia stilisticamente e concretamente rappresentare esigenze circoscritte agli interessi della medesima classe dirigente, bandendo ogni strategia che possa portare ad individuare un'anima e una mente in grado di rappresentare in maniera consona la base, cresciuta a dismisura rispetto al suo apice, sprofondato ormai in una sorta di sonnambulismo intellettuale che ha dell'incredibile. Un partito originariamente proiettato verso i diritti e le esigenze delle masse, che in un frangente storico delicato si ritrae di fronte alla possibilità di interpretare responsabilmente l'insofferenza popolare tangibile e fondata.

In ultima e paradossale analisi, chissà che il Pd non faccia un tentativo di porre rimedio alla perdurante crisi di identità della destra, giungendo fino a un centro prossimo a quell'area? In fondo, le incessanti trasformazioni che lo portano a spostarsi in continuazione non lo spingono affatto nella direzione opposta.

 

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