Le figlie di Eva

07.01.2016 11:57

Avevo intenzione di aprire il 2016 con un articolo allegro e brillante, ma il cuore non ha collaborato. Il cuore, al quale noi scrittori da quattro soldi teniamo molto e che non abbiamo quasi mai il coraggio di mettere al guinzaglio perché se ne stia buono e ci permetta di avere il distacco necessario per vedere il lato assurdo e ridicolo della realtà, continua a uggiolare come per un lutto. E il lutto c'è. Il doppio lutto, ingiusto, intollerabile, forse imprevedibile, che in pochi istanti ha privato un giovane uomo di tutto l'amore della sua vita presente e futura, quello di sua moglie e quello della loro bimba che stava venendo alla luce.

Pietro, vedovo di Angela e papà di Elisa, morte durante il parto all'Ospedale Sant'Anna di Torino nella notte di Santo Stefano, è come uno dei sopravvissuti allo tsunami che in un altro Santo Stefano di undici anni fa, distrusse migliaia di famiglie e ne spezzò altrettante, strappando genitori ai figli, figli ai genitori, mogli ai mariti, mariti alle mogli. Ci fu chi da un'ora all'altra si ritrovò unico superstite del proprio nucleo familiare, non più sposo, non più genitore, non più figlio, non più padre. Solo. Come Pietro, marito di Angela, che «era bella e non stava mai male/ed è morta di parto nel letto di un grande ospedale», come nella canzone «Venezia» di Guccini. La lacerante solitudine di Pietro pesa su tutte le persone che hanno un cuore e una famiglia ed è tanto più crudele in quanto lo strazio si è consumato nei giorni di festa, giorni dedicati agli affetti più intimi e cari.

Ricordo il primo Natale che trascorsi da papà, mi sentivo un uomo felice e fortunato solo per il fatto di stringere quel bimbo fra le braccia, una gioia totalizzante che da sola riempiva la festa, in una sorta di risonanza con un evento lontanissimo e forse leggendario, ma che una consistente fetta d'umanità celebra da millenni come simbolo di speranza e fiducia nei legami più profondi fra gli esseri umani. Si dice che al fianco di ogni partoriente ci siano l'Angelo della Vita e quello della Morte. Per quanto oggi in Occidente si partorisca in condizioni infinitamente più sicure e garantite che in qualunque altro periodo della storia umana, resta sempre quell’ineludibile quota di paura, di dolore e di pericolo, che nemmeno gli spettacolari progressi della medicina e dell'igiene sono riusciti ad annullare del tutto.

Nell'antica aristocrazia di Sparta, solo due categorie di persone avevano diritto a una pietra tombale che ne ricordasse il nome: i guerrieri morti in battaglia e le donne morte di parto. La partoriente era una donna valorosa e il suo impegno nel dare la vita era equivalente a quello del soldato nel dare la morte, perché ad entrambi costavano sangue, sudore, coraggio e sacrificio. Ai bimbi che morivano venendo alla luce non veniva reso lo stesso onore, eppure sono piccoli guerrieri anche loro, che lottano come leoni per venire al mondo.

Il parto viene banalmente identificato solo con l'intensa sofferenza fisica della donna, la punizione divina delle figlie di Eva, invece è molto di più, è un momento durissimo, un integrale impegno psicofisico, fatto di organi che si dilatano, ossa che si piegano, ormoni che si scatenano, nella madre ma anche nel bambino. Il parto è un lavoro di coppia, come il concepimento. Anche la piccola Elisa è morta mentre combatteva per uscire dal piccolo mondo buio che ormai le andava stretto. Ma il suo viaggio si è spezzato a pochi passi dalla luce, come quello di tanti bimbi poco più grandi di lei, che ogni giorno, in braccio ai genitori, lasciano terre misere e tormentate e affrontano traversate pericolose sfidando freddo e fame per conquistare la possibilità di un futuro nel nostro mondo.

Angela ed Elisa, le mamme e i bimbi migranti inabissati nel Mediterraneo, morti durante le feste di Natale, sono stati tutti inghiottiti in uno stesso nulla tenebroso, gelido e muto, lasciando chi vive a piangere e a urlare da solo, mentre poco lontano si festeggiava.

Vorrei che il 2016 ci regalasse la sconfitta definitiva della mortalità materna e perinatale, in tutto il mondo, soprattutto dov'è ancora alta e non è solo una tragica e rarissima evenienza come nel tristissimo caso di Torino. Ma vorrei anche che nessuna Angela e nessuna Elisa, siriane, afghane o somale, perdessero più la vita perché ne avevano sognata una più degna, fatta di sicurezza, di istruzione, di opportunità. Buon anno a tutti noi, buon mondo nuovo a tutti loro.

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