L'esercito dei torturatori è uno solo

15.03.2016 20:31

Nel giro di un mese sono morti due ragazzi, uno poco meno che trentenne e l’altro poco più che ventenne, uno friulano e l’altro romano. Entrambi sono morti in situazioni torbide e per ragioni non ancora del tutto chiarite. Per conoscere la verità sulla morte del primo si è attivata l'Unione Europea, per il secondo Carlo Giovanardi per sputare pregiudizi. Del resto anche per l'omicidio di Giulio Regeni (è lui il primo dei due ragazzi morti) gli egiziani all'inizio buttarono lì la pista delle «amicizie equivoche». Non ce lo vedo proprio il povero Giulio, figlio della generazione colta, idealista e cittadina del mondo, nei panni del giovane decadente pervertito che va a caccia di emozioni forti nelle bettole del Cairo e finisce come lo sciagurato Sebastian nell’opera teatrale “Improvvisamente l'estate scorsa”.

Forse gli “inquirenti” egiziani sapevano che certe insinuazioni sulla vita privata fanno sempre breccia in una larga parte dell'opinione pubblica, la quale pensa che se hai certe tendenze, in fondo, la brutta fine te la sei cercata. Non sembri irriverente l'accostamento del caso di Luca Varani, la seconda vittima, con quello di Giulio Regeni. Luca non era un ricercatore animato dalla sete di giustizia e non era andato in un Paese pericoloso per documentarsi sui soprusi perpetrati dal governo. Luca aveva poco più di vent'anni, cercava divertimento, aveva sete di amicizie, ed era nato e cresciuto in un Paese pericoloso, l'ex Jugoslavia, prima di essere adottato da una famiglia di Roma. La similitudine che voglio fare non è fra i due ragazzi ma fra i loro aguzzini, e il fatto che quelli di Regeni fossero probabilmente al soldo di qualcuno mentre quelli di Varani fossero guidati solo dal loro cervello bacato da troppa cocaina, non conta più di tanto.

Non c'è molta differenza fra un appartamento del Collatino e uno del Cairo, quando il rituale che vi si compie è lo stesso di quello raccontato da Salò di Pasolini: la cattura, l'umiliazione e lo scempio di una persona da parte di individui a caccia (loro sì) di emozioni forti, e tra queste emozioni la più eccitante di tutte: esercitare il potere assoluto su un essere umano strappandogli, colpo dopo colpo, sevizia dopo sevizia, umiliazione dopo umiliazione, ogni brandello di umanità, fino a ridurlo a una massa urlante di carne e sangue, così annichilita che dargli la morte non è un omicidio, ma solo la sbrigativa conclusione di un gioco che ormai ha dato tutto quel che poteva dare.

Ma l'esercito dei torturatori è uno solo, arruola i suoi membri attraverso le epoche e i Paesi, sceglie le sue vittime per categoria o pesca nel mucchio. Le regole d'ingaggio sono sempre le stesse, cambiano solo le divise e gli alibi: «difendevo la fede», «eseguivo gli ordini», «stavo salvando il mondo dalla minaccia comunista», «prevenivo atti di terrorismo», «io non sono che il prodotto di questa società senza valori», «colpa di Internet», eccetera, eccetera.

Non è ancora noto l'alibi di Marco Prato, l'aguzzino-capo del festino-Salò (il titolo militare ci sta perfettamente). Di mestiere faceva l'«organizzatore di eventi», una definizione che nel suo significato più corretto sarebbe più adatta al Fato o a Dio, piuttosto che a un fighetto debosciato. Ma qui si parla di «eventi» nell'accezione contemporanea del marketing, cioè stronzate in grado di attirare una ventina di fighetti debosciati come l'organizzatore.

Prato, il cui cellulare era nell'agenda di svariati vip, si guadagnava da vivere procacciando occasioni di intrattenimento al prossimo, ma traeva le sue più intime gioie nell'infliggere sofferenza: un piccolo dottor Jeckyll e Mr. Hyde che sguazzava nell'acquario folleggiante e torbido raccontato dalla Grande Bellezza e da Suburra.

Quando la cronaca ci racconta di atrocità commesse da ragazzi che hanno tutto, c'è sempre qualcuno che bofonchia «ci vorrebbe una guerra», presupponendo una sorta di sfogatoio per la violenza giovanile. A queste persone vorrei dire che semmai è il contrario, perchè le guerre non fanno altro che organizzare e mettere al proprio servizio la crudeltà che alberga insospettabile in tanti esseri umani e aspetta l'occasione di gettarsi su una preda indifesa, che sia un giovane ricercatore assetato di verità oppure un ragazzo curioso in cerca di una serata diversa.

 

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