L'evoluzione poco riuscita di Berlusconi

24.07.2016 14:29

Da mesi non si parla che dei suoi capelli, delle sue gaffe e di sua moglie che copia i discorsi di Michelle Obama. C'è chi sospetta che la neo-premier britannica Theresa May abbia chiamato Boris Johnson nel suo governo perché i politici gradassi con assurdi capelli giallo-canarino vanno molto di moda sulle due sponde dell'Atlantico. Sono convinto che se il presidente degli Stati Uniti dovesse essere eletto da tutto l'Occidente (e forse dovrebbe essere così, visto il peso che, volente o nolente, ha sui suoi destini), Donald Trump vincerebbe a mani basse, dato che è perennemente sotto i riflettori e nell'era del celebrity power rappresenta la versione politica di chi è famoso più per il fatto di essere famoso che per quello che ha fatto nella vita. Vincerebbe perché Donald è (o sembra) una novità, e ciò che è nuovo si imprime con più facilità nel cervello della gente. Vincerebbe perché, come diceva Oscar Wilde, «sa fin dove si può andare troppo in là» che, nel bene e nel male, è il segreto del successo in qualunque campo. Ma vincerebbe soprattutto perché Trump non ha la classe della capa del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde, né la simpatia della boss della Banca Centrale Americana Janet Yellen, un mix fra Nonna Papera e zio Paperone. Insomma, Donald Trump non è come Hillary Clinton, che se i repubblicani le avessero costruito un competitor in laboratorio, non avrebbe potuto essere più azzeccato di lui. L’establishment repubblicano ha partorito un uomo fuori da tutti i giochi, compresi quelli del suo partito, mentre Hillary appare invece come l'incarnazione della “Macchina”, dell'ingranaggio politico di pesi e contrappesi, oliato dal denaro delle oligarchie finanziarie non sempre tutte limpide. E gli Usa, Paese fortemente sessista sotto una vernice di political-correct, non poteva trovare incarnazione meno accattivante di una signora matura che non ha saputo scrollarsi di dosso l'aria della secchiona ambiziosa ma poi, come segretario di Stato, pasticcia con le e-mail e si fa bacchettare dalla Corte Suprema come una scolaretta. Una che può andar bene come spalla coniugale e governativa di due presidenti giovani e sexy come Clinton e Obama, ma non come conduttrice in proprio della Casa Bianca. Come un qualunque premier di sinistra italiano, non vuole scontentare nessuno, soprattutto l'elettorato cattolico, e quindi si affianca un vice come Tim Kaine, il governatore della Virginia con un passato nei gesuiti (così fa contento pure papa Francesco). Dovessi votare alle presidenziali Usa, voterei senza alcun dubbio Hillary Clinton, soprattutto perché Donald Trump mi sembra l'evoluzione poco riuscita di Berlusconi. Voterei Hillary anche per un motivo molto personale. È stato grazie a un articolo su di lei che, tanti anni fa, quando facevo politica, ricevetti le congratulazioni telefoniche dell’allora giovane giornalista Concita De Gregorio. In quell’articolo citai la canzone dei Rolling Stones She's the Boss, il ritratto di una donna che comanda in ufficio, a tavola e a letto (non sotto la scrivania, all’epoca ancora non si sapeva, dato che si era in epoca pre-Lewinsky). La canzone, che mi serviva a tratteggiare la figura della prima first-lady influente e volitiva, oggi è ancora più attuale di allora, e le parole di Mick sembra lo sfogo del vecchio Bill: «Io sto a casa, la festa è finita e me ne sto zitto... Ora c'è lei al governo, lei è il numero uno, e io sono un poveraccio». Un poveraccio (si fa per dire) ormai anziano, disoccupato e senza più un vero scopo nella vita, che se non fosse il marito della candidata democratica forse voterebbe anche lui per Donald Trump.

 

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