L'inamovibilità dell'inutile

08.12.2016 15:18

Forse avranno stappato lo champagne e sculettato al ritmo di «Brigitte Bardot-Bardot», come hanno insinuato molti maligni, ma la sera del 4 dicembre il clima a villa Lubin, sede del Cnel, doveva essere come quello della prigione della Conciergerie nel luglio 1794, quando agli aristocratici che attendevano rassegnati la ghigliottina arrivò improvvisamente la notizia dell'arresto di Robespierre. 

Ai primi risultati che annunciavano la loro salvezza e la caduta del Robespierre di Firenze, le guance degli anziani consiglieri del Cnel si sono rigate di lacrime, dipendenti divisi da antiche rivalità si sono abbracciati commossi e nei corridoi era tutto un brusio di telefonate ai parenti già pronti all’orribile destino che avrebbe colpito i congiunti impiegati al Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro i quali, in caso di vittoria del «Sì», avrebbero dovuto cominciare a fare economia e si sarebbero dovuti trovare un lavoro. E invece il Cnel anche quest’anno mangerà il panettone, una dolcissima favola di Natale che costa come un film della Disney-Pixar ma che fa molti meno profitti. È lo stesso Cnel ad ammettere che delle 14 proposte di legge su economia e lavoro elaborate dal Consiglio nel suo primo mezzo secolo di attività, nessuna è stata approvata dal parlamento. In compenso la feconda officina di ingegni che si riunisce a villa Lubin una volta al mese (un po' pochino, ma non si può chiedere a consiglieri ultrasessantacinquenni di essere iperattivi) ha prodotto ben 970 documenti, nella fattispecie pareri, osservazioni, rapporti, dossier, relazioni e cruciverba. Cruciverba l'ho aggiunto io, presumendo che, con una media di 1,6 documenti al mese, ai consiglieri di tempo da dedicare all'enigmistica ne rimaneva parecchio.

Ora che il terrore renziano è finito ne spunta un altro. Considerato che l'unico punto su cui i fronti del «Sì» e del «No» erano d'accordo era la soppressione del Cnel, non è detto che la vittoria degli antirenziani significhi una proroga sine die della placida sinecura di Stato fra gli stucchi e i velluti di villa Lubin. La sopravvivenza deve guadagnarsela, ovvero, come ha detto il presidente del Cnel, «adesso dobbiamo dimostrare veramente di essere utili a governo e parlamento». Quell'«adesso» e soprattutto quel «veramente», disarmanti nella loro sincerità, faranno desiderare a molti fra quelli che hanno votato «No» di poter balzare sulla macchina del tempo e rientrare in cabina per fare la croce sull'altra casella.

La storia ci dice che dopo Robespierre arrivò Napoleone, e mai il parallelo fu così calzante perché il presidente del Cnel di cognome fa proprio Napoleone, e lo scampato pericolo deve avergli dato un po' alla testa, a giudicare dal napoleonico proclama rilasciato ai giornali; anziché constatare realisticamente che, pur di levarsi dalle palle Renzi, gli italiani hanno preferito tenersi il centro sociale per anziani più dispendioso dell'Occidente, Napoleone ha affermato che l'articolo 99 della costituzione (quello che istituisce il Cnel) non va toccato, perché è stato riconosciuto il suo ruolo come valore aggiunto della democrazia. Considerato quello che costa allo Stato in rapporto a quello che dà, è più il valore che toglie di quel che aggiunge, e sarebbe bello sapere se i Padri costituenti, nella loro saggezza, pensavano davvero che elargire uno stipendio ad anziani già facoltosi di loro in cambio di un parere inutile al mese fosse indispensabile alla democrazia. Ma pazienza. Ricordo che tempo fa lessi un bellissimo saggio intitolato “L’utilità dell’inutile”, ma non ricordo se conteneva anche un capitolo sul Cnel, ma siccome in Italia l'inutile è la cosa più inamovibile, sto pensando di scrivere un articolo sull’inamovibilità dell’inutile.

 

© Riproduzione riservata