L'indignazione è un'altra cosa

20.07.2016 00:26

A quasi un anno dalla foto del piccolo migrante esanime sulla spiaggia di Bodrum, qualcuno crede ancora che le foto strazianti provochino indignazione? E soprattutto qualcuno crede ancora che di fronte a macelli partoriti dalla follia, come quelli di Charlie Hebdo, del Bataclan o di Nizza, questo tipo di indignazione serva veramente a qualcosa? «TUTTI DOBBIAMO VEDERE! DOBBIAMO INDIGNARCI!» tutto maiuscolo, ha scritto qualcuno su Twitter la notte della strage a chi chiedeva di non diffondere le prime immagini strazianti di corpi insanguinati e scomposti di uomini, donne e bambini sulla Promenade des Anglais. Quella notte a Nizza, fotografare a raffica le vittime della strage, filmare agonie e fughe disperate e scagliarle immediatamente sul web era solo una versione più hard di Pokemon Go, con i morti al posto dei mostriciattoli.

Personalmente comincio ad averne abbastanza degli hashtag creativi di arte digitale che si scatenano su Twitter ad ogni attentato e delle infinite variazioni luttuose sul tema bianco-rosso-blu con candeline, lacrime, Torre Eiffel, baguette e tutti i topoi da bancarella di souvenir listati a lutto. Se in certi momenti Twitter è un’indispensabile fonte di informazioni d'emergenza, dall'altra è un’immensa prefica super-smart, che anziché strillare strappandosi i capelli si strappa i neuroni alla ricerca di qualcosa di originale da urlare, con la segreta speranza di essere retwittata o ripresa dai giornali online. Per carità, niente moralismi, è una macchina di cui faccio parte anch'io, ma l'indignazione è un'altra cosa. È quella cosa che ti fa torcere il cuore e lo stomaco, che non ti lascia star fermo, che ti fa partire per andare a cacciare via i prepotenti e demolire pietra per pietra una prigione, come avvenne il 14 luglio 1789 con la presa della Bastiglia.

Il tipo di indignazione suscitata dalle foto delle stragi è solo rabbia impotente contro un nemico al quale si vorrebbe dare un nome, Isis, ma che in realtà è una sfilacciata Anonima Sfigati di religione islamica, cresciuti nelle periferie francesi e belghe o nei sobborghi di Dacca, depressi e con problemi con le donne come tanti coetanei non musulmani ma che, a differenza degli ultrà del calcio, possono dare alla loro violenza di frustrati l'esotico e altisonante nome di jihad. Non è certo con l'indignazione su Twitter che impediremo a un altro forsennato di affittare un camion e di ammazzare 84 innocenti, fra cui anche dei musulmani.

A prescindere dalla religione che professiamo, tutta la nostra vita è basata sulla fede, in quanto crediamo che il nostro prossimo non vorrà mai ucciderci, anche se potrebbe e ne avrebbe i mezzi, e per fortuna abbiamo quasi sempre ragione. Solo perché abbiamo fede crediamo che il camion che procede sulla nostra strada farà di tutto per evitarci e non sterzerà apposta per schiacciarci come topi, ed è perché lo crediamo che ogni giorno abbiamo il coraggio di uscire di casa, perfino accompagnati dai nostri figli. La fiducia nell'altro è l'unica fede e l'unica ragione che dobbiamo difendere a tutti i costi, cristiani, musulmani, ebrei o atei che siamo. E allora all'indignazione per questo tragico 14 luglio, ma solo se ci ricorda che la nostra civiltà ha fra i suoi valori fondanti non solo liberté ed egalité, ma anche fraternité.

 

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