L'orsa siamo noi

25.08.2014 15:38

Un fisico non esattamente da modella, peli dappertutto e se le rompi le balle ti tira una zampata da mandarti all'ospedale.

Il nuovo femminismo si chiama come lei, Daniza, l'orsa che ha steso un innocuo raccoglitore di funghi nei boschi del Trentino, colpevole di avere invaso il suo territorio (sembra che il fungarolo, oltre ai porcini, avesse tentato di portarsi a casa qualche foto ravvicinata dei suoi orsacchiotti).

L’orsa Daniza dovrebbe essere un esempio per le donne italiane, una valida alternativa a Lorella Zanardo, Michela Marzano e anche al ministro Stefania Giannini, che ha incassato la prima pagina del Giornale con la sua foto a seno nudo.

Se al suo posto ci fosse stata l'incazzosa orsa dolomitica, paparazzo e giornalisti se la sarebbero cavata molto meno a buon mercato, anche se va detto che per Alessandro Sallusti in Santanché, abituato a rapportarsi con Daniela, un vis-à-vis con Daniza sarebbe stato un rilassante momento di tenerezza.

Come il movimento universitario del 1989 adottò come simbolo una pantera evasa da chissà dove che scorrazzava nei dintorni di Roma, le italiane ribelli di oggi dovrebbero gridare «l'orsa siamo noi» e farne l'emblema di una femminilità che non si difende solo con lamenti, petizioni e conferenze nelle scuole, ma con i fatti.

Dovrebbero lottare fieramente (nel senso di «come fiere») per la propria libertà, come sta facendo l'intrepida Daniza, latitante insieme ai suoi piccoli nelle foreste dolomitiche come Anita Garibaldi sull'Appennino, sfuggendo alla Forestale ed evitando le esche predisposte per intrappolarla, impermeabile ai sensi di colpa che attanaglierebbero qualsiasi altra madre italiana: trascinare in giro i figli di giorno e di notte, soprattutto adesso che comincia pure a far freddo e fra poche settimane inizia la scuola, chissà cosa dirà la nonna, chissà cosa dirà il pediatra.

Ma bisogna andarci piano con l'identificazione o Daniza comincerà a perdere consensi: in Italia la parola «femminismo» è da tempo una parolaccia e, pur godendo delle conquiste che le lotte hanno assicurato alle donne, la stragrande maggioranza di esse ne prendono accuratamente le distanze se non vogliono passare per brutte, androfobe e rosicone, tanto agli occhi degli uomini quanto a quelli di molte donne.

Va detto che questo non è un fenomeno solo italiano, lo conferma la campagna I don't need feminism, in cui donne e ragazze rivendicavano orgogliosamente la propria femminilità contro un movimento che, secondo loro, ne negava ideologicamente il valore; questo dimostra che l'insofferenza è globale e non circoscritta ai soli maschi, come sarebbe logico.

Questo è il risultato di vent’anni di lavaggio del cervello su quel che è stato davvero il femminismo, non un'isterica lotta senza quartiere alla depilazione delle ascelle e all'intimo di pizzo, ma riscoperta, consapevolezza e liberazione del corpo, dell'amore, del sesso e anche della maternità, e in questo senso ha migliorato la qualità della vita di tutti.

Legare troppo strettamente l'orsa Daniza alla causa delle donne italiane (ammesso che la simpatica orsa, con il caratterino che si ritrova, si faccia legare) potrebbe indurre qualcuno a sabotare la sua fuga, e il suo confino in un centro specializzato o la sospensione del programma di ripopolamento degli orsi nei boschi trentini acquisterebbero un sapore amarissimo di sconfitta per tutte le femmine, ruggenti o meno.

Il Movimento 5 stelle sta insistendo perché Matteo Renzi ceda la delega per le Pari Opportunità; il premier faccia di più, offra il ministero alla plantigrada trentina.

Con Daniza la politica di genere smetterà di essere una scampagnata in cerca di funghi e la condizione femminile in Italia farà quel balzo in avanti (opportunamente corredato di ruggiti) che l'Europa ci chiede da tempo. Come dite? Daniza in autunno andrà in letargo? E’ vero, ma lei, a differenza del governo Renzi, dopo quattro mesi si sveglia.