Lui c'era già, era nell'aria

15.02.2015 20:55

Confesso che non me l’aspettavo. Formula stantia, conduttore poco carismatico, vallette (o chiamatele come vi pare) male assortite e vestite da cani, campioni per modo di dire, giovani con beneficio d'inventario, testi di una banalità unica, comici simpatici come una candida vaginale.

Con una lista di ingredienti così catastrofica il risultato può essere di due tipi: o un flop epocale oppure un successo sbalorditivo, dipende da come viene realizzata la ricetta. Sbrigata in pochi giorni l'elezione del Presidente della Repubblica, gli italiani erano in crisi di astinenza di una maratona di retorica un po' melensa sull'italianità, e hanno trovato in Sanremo il surrogato perfetto.

Del resto il successo della candidatura Magalli segnala una volta di più che la politica non è altro che la televisione realizzata con altri mezzi (o viceversa, tanto è uguale), e se Porta a porta è la terza camera del parlamento, il Festival della canzone vale come una seduta plenaria per l'elezione del Capo dello Stato.

Il caravanserraglio vociante di insulti e gestacci quest'anno si è visto solo a Montecitorio, non all'Ariston, dove anche ai tempi di Pippo Baudo di Cavallo pazzo ce n'era uno solo, non decine come l'altro giorno alla Camera.

Tutti coloro che twittiamo e postano ogni giorno compulsivamente commenti più o meno spiritosi al solo scopo di comprarsi l'indispensabile dose quotidiana di consenso e attenzione altrui, hanno capito con l'istinto del drogato che se volevano rimediare qualche “mi piace”, per questa settimana dovevano accantonare il solito snobismo e sintonizzarsi buoni buoni davanti alla tivù e guardare Emma e Arisa.

C'è tutto il resto dell'anno per informare il web che, mentre i coglioni si bevono le puttanate delle reti generaliste, loro si guardano su Sky l'ultima serie americana imperniata su una supergnocca vicepresidente Usa con la sindrome di Asperger e spacciatrice di droghe, che sintetizza lei stessa grazie a una formula passatale da un alieno zombi con cui ha avuto una relazione.

Dopo anni passati a invocare con astioso vittimismo un'incursione di elicotteri stile Apocalypse Now su una kermesse musicale da Terzo mondo (dove in realtà si fa un sacco di bella musica), anche i radical chic si sono dovuti arrendere: ha vinto il Festival, anche se non moriremo sanremesi per lo stesso motivo per cui non moriremo democristiani. Sanremo e i democristiani sono come i cinesi, non muoiono mai.

Non a caso il trionfo del Festival di Carlo Conti, un conduttore abile e affabile e senza manie di protagonismo, che mi è sembrato un ibrido fra Mariano Rumor e un animatore Valtur, si è celebrato insieme a quello della cosiddetta «democrazia renziana».

A proposito, sono rimasto molto colpito dalla latitanza del premier nelle serate sanremesi. Neanche un tweet amichevole su Al Bano e Romina, il cui sodalizio ha avuto più alti e bassi del Patto del Nazareno, e nemmeno un affettuoso saluto agli Spandau Ballet, gli eroi delle prime festicciole pomiciose di un ancora impubere Matteo.

Tony Hadley ci sarà rimasto malissimo. Nessun collegamento in diretta (tipo Samantha Cristoforetti) con il premier sul tapis-roulant di Palazzo Chigi.

Forse perché si ritiene superiore? Ma non fatemi ridere, ce lo vedete il premier a fare lo schifiltoso con Nesli? No, Renzi non è stato al Festival perché non ne aveva bisogno. Lui c'era già.

Renzi era nell’aria, protagonista sottinteso nei titoli delle canzoni, perché il suo governo è Come una favola da realizzare Adesso e qui in Un attimo importante, che ci farà dimenticare i tanti Sogni infranti e la Vita d'inferno. L'Italia sarà Libera e ce la farà da Sola, noi italiani siamo un popolo Straordinario, alla faccia di chi dice che Siamo uguali alla Grecia: siamo così forti che Il mondo esplode tranne noi. Ah, dimenticavo, Io sono una finestra è quel che tenta di far credere Pippo Civati ai giornalisti che lo tampinano per farsi spiegare bene la storia del conto svizzero.