L'unica aria possibile

24.09.2014 18:35

Un nuovo e inquietante paniere sta per entrare nei nostri conti pubblici, sempre più tormentati e pregiudicati alla luce delle esigenze europee, ed è quello delle attività illegali: droga, prostituzione, contrabbando e tutte le altre attività connesse. 

Tutta robetta che secondo la Commissione Europea vale nientemeno che un punto del nostro Pil.

Forse state pensando che sia uno scherzo ma purtroppo vi debbo smentire, infatti il governo è in attesa della quantificazione da parte degli esperti, che dovrebbe consentire una toppa al rapporto deficit/Pil e a quello debito/Pil.

Una trovata abbastanza creativa ma nel contempo decisamente realistica, soprattutto se trasportata nella condizione effettiva del nostro Paese: che senso ha nascondere ancora che l'economia proibita conta quanto (se non addirittura di più) quella canonica?

Naturalmente le conseguenze di un simile stato di cose non possono essere né lievi né tantomeno indolori.

La Guardia di Finanza ha valutato che la ricchezza illegale che, bene o male, tiene in piedi il nostro Paese, rappresenta più del 10% del Pil, con un sommerso “storico” ormai da tempo incistato nel nostro tessuto produttivo. 

La cosa certa è che spaccio, racket, usura e altre attività illegali “reggono” il Paese, che sta affondando di giorno in giorno e non riesce a riemergere.

Sembra un paradosso ma non lo è affatto, perché la crisi, la disperazione e la mancanza di prospettive hanno abbassato necessariamente la soglia etica, quindi si traffica di più e si sbarca il lunario come si può. 

Da queste premesse viene fuori un circolo allucinante: più malaffare si sgomina, più se ne origina.

Si svuota col cucchiaio il mare della criminalità, ma è come il mare di Lucio Dalla, non lo puoi fermare e non lo puoi recintare.

La mafia, parola che serve per designare realtà planetarie analoghe ma diversificate in funzione della geopolitica, non è qualcosa che si ferma amputandola, anche perché le sue teste ricrescono immediatamente come quelle dell'Idra.

La mafia non si combatte con mezzi termini: o la sradichi sul serio oppure puoi vincere tutte le battaglie del mondo ma la guerra la perderai, che è precisamente quello che è avvenuto in due secoli di lotta alla criminalità organizzata, le cui mutazioni genetiche e strategiche sono state comprese poco e male.

E’ da molto tempo che conosciamo le evoluzioni della mafia. Il primo a capirle fu Giovanni Falcone, con la grande intuizione che bisogna colpirla al cuore aggredendone i patrimoni. 

Da quella volta la mafia, anzi le mafie, si sono trasfigurate, hanno sfornato manager e tecnici, sono salite di livello e hanno inquinato la politica fino ad asfissiarla.

Se vent’anni di globalizzazione sono stati decisivi per tutte le mafie del mondo, che hanno capito questo fenomeno e l’hanno cavalcato in tutti i modi traendo beneficio dai meccanismi di apertura di imprese e mercati, il quadro è cambiato dopo la caduta del Muro di Berlino (con l’inserimento delle mafie dell’est) e nuovamente all'indomani delle Torri Gemelle, un evento che ha concentrato la sicurezza americana sul problema del terrorismo islamico, distogliendola da quello delle criminalità organizzate alle quali, anzi, è stata chiesta collaborazione, senza tener presente che quest’ultime si avvalgono anche delle schegge politico-religiose.

Quindi è avvenuto il salto di qualità: alla figura della criminalità rozza si è sostituita quella dell'imprenditoria violenta dei mercati legali.

Il salto di qualità della mafia è stato proprio questo, quello di immettersi nei mercati legali, creando imprese mafiose legali e gestendo attività mafiose legali e illegali secondo i moderni parametri imprenditoriali.

Recentemente è stato pubblicato un servizio sul Sole 24 Ore in cui si tracciava la cartina geografica dell'economia mafiosa in Italia, regione per regione, e la cosa sconcertante è che nessuna si salvava.

Nelle mia regione, considerata ancora una regione vergine, poco tempo fa in provincia di Fermo i Carabinieri hanno interrotto un summit fra elementi della 'Ndrangheta e criminali romeni e locali per spartirsi le attività illecite a venire.

La famosa “linea della palma”, il confine mafioso che aveva ipotizzato Leonardo Sciascia nel suo romanzo Il giorno della civetta, è diventata ormai una colossale ragnatela infetta.

Le mafie, più che in posizione dialettica col potere politico, sono diventate organismi fatti anche di politica, e molto più che in passato non c'è ambiente che non venga a patti con la sua parte negativa, nella politica, nello sport, nello spettacolo, nel commercio, e perfino nello smaltimento dei rifiuti.

Il mondo della finanza è pressoché indistinguibile nelle sue componenti lecite e illecite, e questo processo è stato favorito anche dalle tecnologie, che hanno permesso di sviluppare le reti di un certo tipo di credito.

Una mafia non più circoscritta ma endemica e inseparabile dalle altre componenti sociali. È come se le mafie avessero capito in anticipo gli scenari a venire, trasfondendosi nel mondo fino a rendersi indistinguibili. Un po' come l’aforisma di Baudelaire sul diavolo, il cui primo e fondamentale successo è far credere che non esiste.

Giorgio Bocca, parlando molti anni fa del Sud dell’Italia, diceva che nel Mezzogiorno controllato dalla malavita non si sapeva più chi era lo Stato e chi i delinquenti, chi erano le guardie e chi i ladri. Parole che molti anni dopo suonano crudelmente lungimiranti, e non soltanto per il Meridione.

Ma se non esiste aspetto del vivere che non sia inquinato, bisogna comunque trovare un punto da cui ripartire, altrimenti si rischia seriamente che le future generazioni si abituino a respirare una nube tossica convinte che sia l’unica aria possibile.