Ma porcaccia di quella vaccaccia...

13.02.2017 09:18

Forse il titolo di Libero avrà incuriosito qualche spettatore refrattario al Festival convincendolo a vedere La patata bollente, il film di Steno che La7 ha mandato durante Sanremo. Lo spettatore di cui sopra avrà così scoperto un gioiellino anti-omofobia firmato dal più “disimpegnato” dei maestri della commedia all'italiana che, grazie anche a un bravissimo Renato Pozzetto, riuscì a rendere popolare un tema “bollente”, allora come oggi. Altri tempi. E non solo perché nessun regista italiano e nessun attore beniamino del pubblico avrebbero mai il coraggio di mettersi in gioco con una storia di «culattoni», ma anche perché un giornale che avesse messo in prima pagina un titolo smaccatamente sessista (o maschilista, come si diceva allora) come quello di Libero, si sarebbe trovato le femministe sotto casa e forse anche qualche maschio armato non solo di cartelli. Credetemi, certe improvvisate erano molto più temibili di un'insurrezione su Twitter.

Un titolo a doppio senso come «La patata bollente» l'avrebbe usato solo una rivista porno, destinata a rimanere celata nell'angolo più remoto dell'edicola, ammesso che «patata» anche allora indicasse la vulva, e per sineddoche la donna, mentre oggi viene declamato nelle rassegne stampa del mattino, lasciandoci con la tazza di caffè a mezz'aria. «Caro, ho sentito male o Feltri dà della troia alla sindaca di Roma?», «Beh, diciamo che lo fa tra le righe». Soprattutto fra le righe dell'editoriale, così esageratamente “feltriano” che sembra un falso di Michele Serra, e potrebbe essere un complimento, dato che i falsi di Serra erano capolavori della parodia. Ma sfortunatamente l'editoriale è proprio di Feltri.

Su qualche punto, però, non gli si può dar torto. Ad esempio, quando Libero fece lo stesso titolo su Ruby nessuno gridò al sessismo, come dire che una vivace ragazza marocchina non meritava gli stessi riguardi di Virginia Raggi. Feltri ricorda inoltre che Beppe Grillo diede della «vecchia puttana» al Nobel nonché senatrice a vita Rita Levi Montalcini, appellativo che avrebbe dovuto esonerarlo per sempre dal consesso civile. Ma evidentemente allora non fu considerato un insulto sessista, forse perché sotto sotto anche per i radical chic Montalcini, anziana, zitella e soprattutto scienziata, non era veramente una donna, quindi il sessismo non sussisteva. Ricordo anche la gragnuola di volgarità che gli internauti pentastellati scagliano regolarmente contro Laura Boldrini (che peraltro ha espresso a Raggi la sua solidarietà).

Non entro nel merito del caso Romeo, ma se un giovane sindaco maschio distribuisse incarichi con lauti stipendi a signore in età riproduttiva fisicamente non repellenti, con le quali si apparta occasionalmente sui tetti, tutti penseremmo alla stessa cosa. A torto, come nel caso di Raggi, ma ci penseremmo. Che poi la sindaca di Roma sia nel mirino dei media è verissimo, anche se i proiettili avvelenati, a quanto pare, vengono forniti proprio dagli stessi grillini romani. Forse qualcuno deve aver fatto credere alla Raggi che guidare la Capitale era il lavoro giusto per una giovane mamma in cerca di tranquillità. Se è così, Virginia se la prenda con chi l'ha informata male, e magari solidarizzi con Maria Elena Boschi, che recentemente, durante la sua lectio magistralis all’università di Pisa, è stata apostrofata da un professore che l'ha appaiata alla lussuriosa Semiramide dantesca sprofondata all'inferno (i professori non usano volgarità ma pescano nella letteratura). E perché questo paragone? Perché Boschi è stata ministro di un governo che ha approvato le unioni civili ma non ha fatto nulla per proteggere gli embrioni. E viene da citare quel sessista di Pozzetto nel film di Steno: «Ma porcaccia di quella vaccaccia…».

 

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