Ma quant'è bella l'uva fogarina

03.05.2015 14:21

Non ho mai avuto molta dimestichezza con spranghe e bombe molotov, per cui ho dovuto telefonare a un poliziotto amico di famiglia per capire meglio il costo dell’armamentario con cui i black bloc no Expo hanno devastato il centro di Milano. A conti fatti, abbiamo azzardato una cifra oscillante tra i 150 e i 200 euro. A testa, s’intende. E questo armamentario è stato abbandonato quasi interamente nelle strade dello scontro, lo abbiamo visto tutti in televisione, la via era disseminata di cappucci, felpe, scarpe, caschi, maschere antigas, mazze, bombolette spray e spranghe.

Le felpe erano tutte uguali e tutte nuove (risulta dai verbali della polizia) e dalla marca si è potuto risalire al prezzo, stimato intorno ai 75 euro l’una. Chi le ha comprate? Al minorenne che è stato fermato, diciassette anni di pura idiozia, neppure i ceffoni di una mamma come Toya Graham sarebbero serviti, perché molte mamme italiane hanno cresciuto i figli in modo da prenderli loro, semmai, gli schiaffoni. Sempre restando al minorenne, mi chiedo dove abbia preso i soldi per la sua armatura da boy-scout della devastazione. Forse lavorando d’estate nei bar? Forse servendo i pranzi nei ristoranti la domenica? Naturalmente no.

Questi non sono disperati come quel ragazzo di colore preso a sberle in mezzo alla strada dalla mamma, mentre protestava (a ragione?) contro le vessazioni continue agli afroamericani negli Stati Uniti, dove non è servito neppure un presidente di colore per attenuarle.

Questi sono figli del benessere, che non leggono mai un libro e parlano di problemi che nemmeno conoscono, indossando abiti firmati e il corredo “giusto” per la protesta, perché sono abituati così, a sciare in tuta bianca e a fracassare vetrine con quella nera.

Educati alla vigliaccheria, si mascherano solo quando serve, altrimenti mostrano il viso scoperto e soprattutto le loro poche idee, tutte per sentito dire o mutuate dalla televisione, e neanche troppo bene. Forse quando qualcuno li indottrinava stavano anche giocando con il cellulare. Parlano di multinazionali fumando Marlboro e bevendo Coca Cola, e cercano ossessivamente quelle telecamere che forse sarebbe bene si spegnessero sulle loro imprese, in modo da non offrirgli una ribalta che fa bene solo a loro, non certo all’immagine del Paese.

Non vanno a caccia delle insegne delle multinazionali, lo fanno solo per caso, mentre danno alle fiamme, danneggiano e sporcano i negozi, le abitazioni della gente comune «perché quando c’è da fare casino uno mica guarda» (dichiarazione al Tg4 di un semi-analfabeta, che alla fine ha anche ringraziato per lo spazio concessogli, proprio come un politico di mestiere).

I filmati diffusi sul web ci hanno fatto vedere un’energumena scarmigliata che cantava «ma quant’è bella l’uva fogarina», ridendo mentre riavvolgeva la bandiera.

Chissà se l’energumena in sneakers (alla faccia della globalizzazione) andrà anche a Dubai a protestare e fracassare a favore dei lavoratori del Bangladesh, che lavorano negli Emirati dormendo nelle baracche ai bordi del deserto o se, avendo una minima idea di come funzioni da quelle parti se finisci nelle mani della polizia, avesse scelto fin d’ora di rimanere a casa. Eppoi adesso non è tempo di «uve fogarine», c’è la bella stagione alle porte ed è tempo di ripiegare le felpe per indossare il bikini.

Ai quattordici presi dalla polizia, alcuni di loro incastrati dai video che li inquadrano mentre gettano bombe carta e danneggiano negozi e portoni, vorremmo, lo vorremmo in tanti, che venisse chiesto di pagare i danni, magari a rate, per i prossimi dieci, quindici o venti anni, come un leasing, coinvolgendo le famiglie come accadeva ai tempi dei Comuni medievali. Un desiderio surreale che si scontrerà con uno Stato di diritto super garantista, e come sempre non succederà niente, e continueranno a sentirsi in diritto di sfasciare, sporcare e deturpare. Ma non vorremmo essere sempre noi a pagare per le città deturpate, mentre questa generazione di mamme italiote va in questura a riprendersi il figlio che sfascia, sporca e deturpa, allargando le braccia «perché lui è fatto così», e magari anche ricomprandogli una nuova felpa nera.