Marajà

27.01.2016 19:35

Immaginatelo senza turbante e senza barba. Guardategli bene quella faccia larga e bonacciona. Non vi ricorda qualcuno, il presidente dell'Iran Rouhani? Fate un piccolo sforzo. È spiccicato a Romano Prodi, specie quando sorride strizzando gli occhi; anche quando parla, visto che fra la lingua iraniana e quella emiliana parlata dal professore come intelligibilità siamo lì. Verrebbe da pensare che Prodi, disgustato dalla sua patria ingrata, abbia scelto di nascondere la sua vera identità sotto metri di tela attorcigliata in testa e a dieci centimetri di barba pepe e sale, e si sia rifatto una vita nella Repubblica teocratica khomeinista sotto il nome di Rouhani, magari con la speranza di prendersi gioco, un domani, di quell'Italia che lo ha capito così poco da non rendersi conto che il suo primo governo era quanto di meglio sia passato da Palazzo Chigi dagli anni Settanta in poi.

Finché l'esame del Dna non dimostrerà che Romano e Rouhani non sono la stessa persona, lasciatemi fantasticare.

Il fatto è che quando uno arriva in Italia con caftano e turbante, un riflesso atavico costruito in secoli di farse e commedie, ci fa sospettare che qualcuno stia imbrogliando qualcun altro. Che il turco-arabo-persiano in visita dalle nostre parti non sia altro che un cialtrone simulatore travestito per salvare la pelle o spillare soldi ai gonzi, magari parlando napoletano. Ma potrebbe essere veramente un ricco nababbo orientale devoto ad Allah, e i simulatori sono quelli che lo accolgono fingendo ossequio e rispetto per le sue tradizioni allo scopo di blandirlo nelle trattative, riuscendo a mostrarsi in un colpo solo vili, ridicoli e indecorosi.

Ricordo un vecchio fumetto di Walt Disney, dove zio Paperone obbligava il nipote a cucinare un sofisticato, astruso e complicatissimo piatto tipico arabo per un ricco Emiro con cui il vecchio avido papero stava per concludere un grosso affare.

I Paperini italiani hanno dovuto inscatolare le statue classicamente nude dei Musei Capitolini e perfino porsi dei problemi sugli ammennicoli del cavallo del Marco Aurelio, per non urtare le pudibonde pupille dell'ospite. A quale fattispecie appartiene la visita italiana di Rouhani, ammesso che non si tratti davvero di Prodi? L'unico punto su cui si può escludere il bluff è che il Paese da cui proviene il politico persiano, e verso il quale l'Italia è presa da un'autentica fregola commerciale, sia il secondo al mondo per numero di condanne a morte, mille solo nel 2015, secondo Amnesty International.

Ogni giorno circa tre iraniani vengono giustiziati per «atti ostili verso Dio», nebulosa espressione che comprende furto, omosessualità, adulterio e forse anche turbativa d'asta e schiamazzi notturni. Nell'Iran di Rouhani le donne sono discriminate ed esposte alla violenza, la loro salute riproduttiva non è tutelata, le prigioni sono sovraffollate e in condizioni igieniche sovrumane (su questo punto potremmo fare un gemellaggio), le minoranze etniche non hanno gli stessi diritti davanti alla legge. Ma se nel corso dei secoli nemmeno la pipì è riuscita ad appuzzare il denaro, figuriamoci il sangue, e se era fuori luogo servire il vino nella cena ufficiale, figuriamoci affrontare con Rouhani il tema del rispetto dei diritti umani.

Come atto di ospitalità per lo straniero, coprire le opere d'arte simbolo della nostra civiltà è meno significativo che indossare anche noi turbante e caftano: perché Renzi non lo ha accolto vestito da ayatollah? Intanto nella mia mente si sta alzando in sottofondo la canzone Marajà di Vinicio Capossela, che con qualche ritocco si adatta perfettamente all'incontro fra i nostri politici e Rouhani: «Tutti accoglie, tutti abbaglia, tutti ammalia l'ayatollah / ma t'attacca con riguardo tutto il marcio del suo sguardo, se non credi più a nessuno, niente crede neanche a te».

Per chi volesse sapere come finiva la storia di Paperone e dell'Emiro, dopo tante fatiche per mettere insieme un piatto decente, si scopre che l'Emiro si è appena messo a dieta e sopravvive mangiando solo riso e olive. E allora può sopravvivere anche alla vista di un paio di statue nude.

© Riproduzione riservata