Non ancora

03.11.2014 20:29

Si tolse la vita ma non lo fece frettolosamente. Dopo aversi reciso le vene si fasciò i polsi e andò a conversare a tavola con gli amici, poi si concesse un bel sonno affinché la sua morte, sebbene impostagli, fosse simile a una morte naturale.

Sto parlando nientemeno che di Petronio, l’arbitro dell’eleganza alla corte di Nerone, l’imperatore folle e dispotico che agli oppositori di rango come Petronio o Seneca offriva il fai-da-te come alternativa pulita, dignitosa e molto più “figa” del supplizio o del sicario.

Ma cosa c’entra, direte voi? C’entra eccome, perché Brittany Maynard, la ventinovenne californiana con un tumore al cervello che aveva deciso il giorno della sua morte (il primo novembre) non è la prima a pilotare il proprio suicidio non come un rettilineo ininterrotto verso il nulla ma come un viaggio con soste e deviazioni imprevedibili perché «per ora mi diverto e rido» - ha detto la ragazza alla Cnn - annunciando di aver deciso che per ora non staccherà la spina.

Anche duemila anni fa la morte autogestita poteva diventare spettacolo o addirittura un atto di sfida al potere o uno strumento di propaganda.

Seneca si tagliò le vene di fronte alla moglie e ai servi, e lo fece fino in fondo, pienamente calato nel ruolo del saggio libero e intrepido; Petronio, invece, giocò con la propria morte, la rimandò, ci scherzò sopra e nel frattempo scrisse un pamphlet sulle zozzerie della corte neroniana.

Ma torniamo ai giorni nostri. Brittany, appresa la condanna a morte dai suoi medici, si è trasferita in Oregon, dove l'eutanasia è consentita, e ha chiesto la «dolce morte» per il primo novembre, annunciandola addirittura sui social network; ma poi si è presa il tempo per assaporare meglio le dolcezze della vita - l'amore del marito e dei suoi genitori, i viaggi, i maestosi paesaggi americani, la musica - e all'ultimo momento non ha saputo decidere quale delle due era più dolce.

Forse la ragazza ha cominciato a sospettare che l'eutanasia non fosse veramente così dolce, ma solo morte edulcorata artificialmente, come le bibite light. Gli zuccheri della vita, che siano bianchi o neri, sono sani ed energetici, senza fastidiosi retrogusti, e finché Brittany è nelle condizioni di gustarli, finché il despota folle e assassino che sta usurpando pian piano le cellule sane dei suoi organi le consentirà di vedere la bellezza del creato e sentirne i suoni e i profumi, non li sostituirà con una boccata di dolcificante mortale.

Quando un mese fa ha annunciato di voler morire («Morirò quando decido io, è quel che mi resta») Brittany Maynard era stoica come Seneca, il filosofo secondo cui poter controllare la propria morte è la sicura chiave della libertà. 

Non siamo obbligati ad accettare nulla che violi la nostra dignità di uomini (malattia, dolore fisico e morale, oppressione, schiavitù), se possiamo andarcene dalla vita quando vogliamo e deciderne addirittura il giorno e l'ora. 

Da condannati a morte alla mercè del capriccioso potere del caso diventiamo inviolabili padroni di noi stessi. Ma, a distanza di qualche settimana, la ragazza col tumore al cervello è diventata epicurea come Petronio: la morte non le fa paura, perché quando c'è lei non ci siamo noi, e quando ci siamo noi lei non c'è.

A dispetto del sapore esibizionistico che alla vicenda hanno dato i social network di cui Brittany, come tutti i giovani di questo mondo, è utente, il suo caso ripropone temi e dubbi antichi quanto l’uomo. 

I nasi si arricciano e le sopracciglia si aggrottano non tanto per la condivisione pubblica di situazioni e decisioni squisitamente private, quanto perché essa ci suggerisce domande e dubbi dai quali cerchiamo coscienziosamente di svicolare: noi cosa faremmo al suo posto? Fino a quando la vita vale la pena di essere vissuta? E basta l'opzione «eutanasia» o «suicidio assistito» a scongiurare tutte le nostre paure rispetto alla morte, al dolore e al dolore della morte?

In Oregon quasi la metà dei pazienti che richiedono la dolce morte poi fa marcia indietro, come Brittany, o perché i sanitari emettono una prognosi più fausta o perché manca il coraggio (o la vigliaccheria, a seconda dei punti di vista) per fare il passo estremo. Brittany l’ha solo rimandato, e spero con tutte le mie forze che continui a rimandarlo, perché quel «non ancora», come il rintocco della campana, suona anche per noi.