Procreare come allegri e patriottici coniglietti

06.07.2016 15:08

Questi ricorrenti allarmi sulla denatalità cominciano a mettermi il nervoso. Anche perché sono trent’anni che li sento, e se in tutti questi anni si fossero attuate politiche lungimiranti anziché lamentele vacue e colpevolizzanti sulle “culle vuote”, ora avremmo lo stesso tasso di natalità della Danimarca. Per fortuna è rientrata l'idea del Nuovo Centrodestra sul raddoppio del bonus-bebè, che sarebbe costato allo Stato la modica somma di due miliardi di euro. Evidentemente Alfano è convinto che se provate a sventolare qualche banconota da 100 sotto il naso delle giovani coppie, queste bruceranno montagne di preservativi (ammesso che li usino e non si servano della cara vecchia retromarcia, l'anticoncezionale più diffuso ed economico, quando funziona) e correranno a letto a procreare come allegri e patriottici coniglietti. Purché si tratti di coniglietti eterosessuali regolarmente sposati, i cui organi riproduttivi, secondo il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, sono l'equivalente anatomico del Campo dei miracoli di Pinocchio, dove ogni euro messo in tasca a loro ritorna allo Stato in termini di nuove nascite, spinta propulsiva, consumi, crescita e sviluppo del Paese. Insomma, ogni donna è seduta sul Pil del suo Paese e non lo sa.

Una volta la patria chiedeva alle donne di produrre nuove braccia per la guerra e per l'agricoltura, oggi ha bisogno di altrettante braccia che spingano i carrelli dei supermercati e firmino contratti d'acquisto per auto e telefonia, e soprattutto che sostengano milioni di vecchi con i loro contributi. Care donne, cent'anni fa i vostri uteri dovevano fornire carne da cannone, oggi carne da pensione.

Ad Alfano sfugge un’altra cosa, che in un Paese sviluppato i figli costano più da grandi che da bebè, altro che bonus. E’ vero che in Francia ti danno il bonus ma ti danno anche assegni familiari da paura, mentre in Italia è prevista una paghetta una tantum, poi, quando il pupo toglie il pannolino «ulli ulli chi li fa se li trastulli».

C'era più larghezza di vedute nelle politiche demografiche del regime fascista, che oltre ai premi di natalità e il corredino gratis per i bimbi nati il 29 luglio, compleanno del Duce, organizzava i matrimoni di massa e tassava i single, anche se i risultati erano gli stessi del nostro bonus-bebè, cioè praticamente nulli, anzi, di segno negativo, perché nemmeno in un'Italia ancora semi-analfabeta e con le donne quasi del tutto escluse dal mondo del lavoro bastava una manciata di soldi per convincere la gente a fare più bambini. Oggi nemmeno chi viene qui da Paesi arretrati come l'Italia del ventennio è invogliato a dare figli alla patria di adozione, anche perché, in omaggio allo ius sanguinis, la patria non ha nessuna intenzione di adottarli.

C'è qualcosa, nell'aria di questo Paese, che atrofizza le gonadi. Forse saranno le polveri sottili, quelle particelle di mentalità cattolica e patriarcale micronizzate insieme con faciloneria e cinismo che, se le respiri, ti tolgono fiducia e speranza nella possibilità di costruirti un futuro, di poterti realizzare sia nel lavoro sia nel privato. Soprattutto se sei una donna ti fa vedere la maternità come un impegno che dovrai sobbarcarti praticamente da sola, anche se un partner ce l'hai. E non serve invocare «più asili nido», da tutti considerati la panacea dei mali, perché Paesi europei come la Germania o regioni come l'Emilia, con servizi per l'infanzia accessibili ed eccellenti, hanno natalità bassissime. L'apertura di un paio di asili-nido nel quartiere non convincerà i datori di lavoro a non penalizzare le lavoratrici in età fertile e non convincerà i padri a rinunciare a delegare sempre alle mamme gli accompagnamenti a danza, in palestra, dal pediatra o ai compleanni.

Oltre al bonus-bebè sarebbe utile un bonus-parità per le coppie che hanno intenzione di condividere equamente, in termini di tempo, le fatiche e le responsabilità domestiche, le faccende di casa, la cura dei figli e l'assistenza ai familiari anziani, perché i vecchi aumentano, e con questo dobbiamo colpevolizzarli? E veniamo a loro, gli anziani, l'altra pietra dello scandalo demografico italiano.

Cent'anni di previdenza sociale e di sanità pubblica li hanno moltiplicati, fenomeno imprevedibile come uno scudetto alla Juventus, e ora non è colpa loro se siamo un “Paese di vecchi”, odiosa definizione che colpevolizza milioni di italiani per il fatto di essere ancora vivi.

Mentre non è probabile che nei prossimi vent’anni i bonus-bebè e le prediche della Lorenzin riempiano le culle, è sicuro che i vecchi aumenteranno, e fra questi ci saremo anche noi, e allora sarà il caso che escogitiamo qualcosa per farcela piacere, la vecchiaia, per renderla non solo utile (quello lo è già, le pensioni dei nonni e delle nonne stanno sostenendo molte famiglie) ma anche produttiva e consumatrice, non solo di cateteri e adesivi per dentiere.

Per quale motivo dai settanta in su bisogna smettere di sognare, di fare progetti, di reinventarsi la vita e di godere? Ma questo non è un problema degli anziani di oggi, la cui ricchezza è cresciuta del 120% negli ultimi vent’anni (fonti Istat), in quanto è la generazione che ha potuto risparmiare, investire e godere di una pensione decente e sicura, ma non sarà la stessa cosa per quelli di domani, per i quali il riposo a sessantacinque anni sarà una chimera.

Mentre il presidente dell'Inps cerca di mettere le mani nel rompicapo delle pensioni, sarà il caso che ognuno di noi approvi un'auto-riforma psicologica del concetto di vecchiaia, anzitutto svincolandola dall'anagrafe e legandola alla salute fisica e alla vitalità intellettuale. Che tu abbia 30, 50 o 70 anni, sei vecchio se non sai usare un computer, se i tiggì e i programmi televisivi del pomeriggio sono le tue uniche fonti di informazione, se di fronte a qualcosa di nuovo ti chiudi a riccio brontolando, se il più nuovo dei tuoi amici risale al servizio militare, se hai smesso totalmente di studiare e se ti muovi solo in macchina. Sono sicuro che una riforma del genere seminerebbe più panico della legge Fornero, anche fra chi non ha ancora un capello bianco.

 

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