Pugnum pro Mater

18.01.2015 17:26

Per papa Bergoglio la Chiesa è come la mamma e la squadra del cuore, non si discute, si ama e basta. E se qualcuno ne parla male, non s’incassa l'offesa né ci si limita alle proteste verbali, si reagisce come nei vicoli dei quartieri poveri di Buenos Aires, a cazzotti.

La Chiesa è come la mamma e, per citare il tormentone di un vecchio sketch dei Giancattivi, «te la mi’ mamma te tu la lasci stare, hapito?».

«Se il mio amico Gasbarri dice una parolaccia sulla mia mamma, si aspetti un pugno» sono le testuali parole del pontefice ai cronisti durante il viaggio in Estremo Oriente, poco dopo aver ribadito che la libertà d'espressione ci vuole, ma con dei limiti. Non merita rispetto assoluto e incondizionato qualunque cosa faccia.

La libertà di parola non coincide con la libertà cristiana, attiene più al libero arbitrio, e per il cattolico non è una madre, al massimo è una zia, e nemmeno di sangue, perché in tal caso sarebbe la sorella della mamma, e se la offendono uno sberlone bisognerebbe tirarlo anche per lei.

È una zia acquisita, una parente lontana aggiunta di recente all'albero genealogico, una collaterale cui si è legati da un vincolo formale, non intenso e viscerale.

Libertà e Chiesa hanno un cognome diverso e non presentano tratti somatici somiglianti, quindi se l'amico Gasbarri svillaneggia la libertà d'espressione, papa Francesco non è tenuto a difenderne l'onore come un italiano vero fa con la mamma o la sorella.

Può certamente storcere il naso, disapprovare, intervenire con pacata fermezza, da gentiluomo che vede trattare rudemente una signora, ma alla fin fine terrà le mani in tasca.

E così dopo Wojtyla, l’«atleta della fede», ecco Bergoglio, il «bullo della fede», non santo subito ma simpatico subito.

Sì, perché al di là delle ovvie e giuste considerazioni sull'opportunità della sua dichiarazione, che in ultima analisi legittima, anzi approva la violenza in nome della religione - un pugno difficilmente uccide, ma fa male, e Cristo invitava a porgere l'altra guancia, non a colpire l'altra mascella - un pontefice che vive la religione in modo così latino, «di pancia», poco spirituale e molto testosteronico, meno Angelus e più Lasonil, di questi tempi rischia di piacere ancora di più.

Ho il vago sospetto che Francesco abbia sentito un gran prurito alle mani quando quegli impertinenti di Charlie Hebdo pubblicarono una vignetta in copertina in cui una dozzina di cardinali venivano raffigurati a mo' di trenino dell'amore. Chissà se Francesco starà scrivendo l’enciclica Pugnum pro Mater?

Mentre fra Occidente e Medio Oriente viaggiano fiumi di armi micidiali per le guerre sante e le santissime rappresaglie, fa quasi tenerezza l'idea che per Bergoglio si possano risolvere i conflitti religiosi «da veri uomini», a viso aperto e a mani nude, come ragazzini che si menano fuori dall’oratorio perchè uno ha offeso la mamma dell'altro.

Solo che quando succede lì, il parroco divide i contendenti prendendoli per la collottola dicendo a quello che ha lanciato l'offesa di vergognarsi, ma se il parroco non solo non interviene ma approva e giustifica la zuffa perché la mamma è sempre la mamma, le lezioni di catechismo potrebbero diventare molto pericolose.

Molti di voi ricorderanno la scena in cui don Camillo sale sul ring della Casa del popolo e mette ko il campione provinciale di pugilato che ha appena steso Peppone: la domenica successiva la chiesa di Brescello era gremita.

Chissà se anche il pontefice, come il prete di Guareschi, in qualche cappelletta di Santa Marta, avrà un crocefisso che gli parla come a don Camillo.

Se fosse così, al suo ritorno dalle Filippine, si sarà sentito apostrofare: «E così Francesco, la fede in me è una mamma per cui faresti a pugni? E credi davvero che questa mamma sarebbe contenta di te? Francesco, Francesco...».