Quattro paghe per il lesso

20.02.2017 09:18

Scissione o non scissione? E’ il dilemma shakespeariano che si aggira nelle piazze e nelle case dell’Italia reale, oggi occupata soprattutto, per dirla con Carducci, a tirare «quattro paghe per il lesso». È opportuna o evitabile, utile o drammatica, risolutiva o tragica, rigeneratrice o apocalittica? E chi più aggettivi ha più ne metta, anche se sono già stati usati tutti.

Dopo aver posto il dilemma, la battuta amletica prosegue con un breve commento: «That is the question»… ma nel caso di Amleto era vero: «essere o non essere» era il punto, nel caso del Partito Democratico no, la scissione, a mio parere, non è il problema, il problema è la visione. Le componenti originarie del Pd – il Partito Comunista e una parte della Democrazia Cristiana – una visione ce l’avevano, condivisibile o meno, ma sempre chiara, ed era questa visione a costituire la connessione sentimentale con il popolo dei loro elettori. Pur se dettata in parte da interessi superiori, la visione di ciascuno dei due grandi partiti della storia italiana era un vero “progetto di futuro”, che dava voce politica alle aspirazioni e ai bisogni dei cittadini che li votavano.

A sentire le affermazioni che stanno facendo i renziani e la minoranza di sinistra, si ha la netta impressione che nessuno di loro esprima un “progetto di futuro”. Viviamo in un momento storico dove sta cambiando l’uomo e il suo modo di stare al mondo, e intanto la sinistra italiana sta discutendo di mozioni, tessere, conferenze programmatiche, regole, documenti e ancora mozioni. Praticamente del nulla. E per uscire dal nulla è indispensabile ritrovare ciò che anche alcuni esponenti illustri del Pd rimpiangono: il pensiero lungo. Da questo pensiero lungo non può mancare una dimensione che rappresenta senza ombra di dubbio lo scenario dove si stanno già giocando tutte le nostre prospettive d’avvenire, e cioè l’Europa. In questo momento di reazioni populistiche, di nazionalismi arcaici e xenofobie intollerabili, che stanno occupando il vuoto del palcoscenico europeo, solo chi saprà rappresentare un vero progetto di rinnovamento del nostro continente andrà nel senso della storia, perché senza Europa non ci sarà futuro. Non sarà certamente uno dei suoi piccoli stati a poter rispondere da solo alle sfide immense e globali del nostro tempo, tantomeno uno dei suoi partiti.

Un paio di giorni fa centinaia di migranti hanno sfondato un muro e sono entrati in Spagna, perché non bastano le barriere a fermare un’odissea epocale che durerà a lungo. Intanto il baricentro geopolitico del mondo si sta spostando verso il Pacifico, saranno gli equilibri politici ed economici tra gli Stati Uniti e la Cina a decidere le nostre sorti, e lo sarà anche il ruolo di Putin, che sta combattendo in ogni scenario di guerra aperto nel mondo e sta conducendo una guerra segreta contro l’Unione Europea, un’Unione che sia lui che Trump mirano a marginalizzare. Un’Europa unita e forte costituirebbe la sola variabile innovativa nell’inquietante scenario mondiale che si va disegnando. Noi europei non abbiamo materie prime ma disponiamo di un mercato più vasto di quello americano e soprattutto di un “saper fare” tecnologico e culturale senza eguali. Un’Europa unita costituirebbe la sola variabile innovativa nell’inquietante scenario mondiale che si va disegnando.

Per tornare al quesito amletico iniziale, sono in molti ad augurarsi che il Pd resti unito, semplicemente perché, in politica e in natura, vale il criterio secondo il quale l’unità prevale sul conflitto. Il consenso reale e duraturo nasce dalla visione condivisa, e in questa visione condivisa, sempre che qualcuno voglia disegnarla, ci deve essere spazio per l’edificazione di una nuova Europa: che ci piaccia o meno, l’Europa sarà parte integrante del nostro futuro.

La storia, con i suoi corsi e ricorsi, è come la lava che scende da un cratere vulcanico: lenta ma inesorabile. 

 

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