Rampolli dal sottosuolo

29.11.2016 18:19

Hanno un sacco di soldi. Soldi da spendere a casaccio e per divertimento, mai per necessità, per pagare un mutuo o una bolletta. Non hanno mai avuto responsabilità e nemmeno pensano di potersi rendere colpevoli per le loro continue bravate. Non hanno un vero e proprio mestiere. Sono i "rampolli" di grandi dinastie industriali e fanno quello che gli pare, come e quando vogliono. Possono ricoprire cariche nelle aziende di famiglia per darsi un tono, ma c'è sempre chi svolge il lavoro al posto loro. Sono cresciuti con la consapevolezza di essere dei privilegiati e che tutto, o quasi, gli sia dovuto. E quel che è peggio, senza pane, perché preferiscono i croissant, e forse sarà per questo che spesso dimostrano di avere poca farina in testa. E pur sperperando in un anno più soldi di quanti la maggior parte di noi possa sperare di avere in una vita, sembrano soffrire di una misteriosa "sindrome da benessere" che, in alcuni casi, li porta a cercare eccessi di ogni sorta e a mettersi nei guai con la stessa sprovvedutezza di un ragazzino, come è successo a Lapo Elkann, super-rampollo di una casata storica e straricca.

A me Lapo è simpatico e scorgo persino un suo lato comico. Uno che a quarant'anni finisce la paghetta e chiama i suoi per farsi dare altro denaro con un pretesto che sembra essere stato elaborato da un bambino, fa davvero ridere, anche se al tempo stesso rivela l’inesorabile precipitazione nella vacuità della vita, fatta di piaceri a pagamento, privi di ogni sentimento e consumati senza la minima traccia di emozioni. Lapo è un uomo in conflitto col suo benessere e non ha motivazioni, inutile restarne esterrefatti e pensare ironicamente che sareste ben disposti a vivere il suo dilemma. Voi sareste sempre troppo poveri rispetto a lui. E poco importa se lui sarà considerato dalle anime belle ancora più povero rispetto a qualsiasi altra persona che si fa un mazzo così per tirare avanti. Lui se ne frega. E fa bene. Non è nato per lavorare e sudare, tanto meno per essere sguaiatamente felice dei suoi averi e delle sue possibilità di spesa. Non sono d'accordo con chi definisce la sua identità con epiteti volgari e offensivi, rivelando un odio sociale che va ben al di là di qualsiasi tentativo di comprendere un facoltoso infelice.

Credo che la pietas nei confronti di Lapo da parte di chi non è ricco come lui possa stabilire ancora una volta il valore della vera essenza dell'esistenza, fatta da difficoltà da superare, che temprano il carattere e il senso dell'impegno, spinti da quelle motivazioni che mancano al nostro rampollo nazionale. Ed è qui che la sua figura potrebbe richiamare, in maniera spettacolare, un uomo del sottosuolo dostoevskiano, in versione non altrettanto acculturata ma egualmente sintomatica: lucidamente aspro e tormentato, perché il suo unico interesse è dimostrarsi spiacevolmente sincero, facendosi beffe del benessere e della convenienza sociale. Da questa consapevolezza, il Lapo "indemoniato" non sa ricavare altro che un cinico protagonismo fine a se stesso e osservazione voyeuristica della vita degli altri, fino ad arrivare ad essere spettatore della propria. Procedendo in questa direzione, arriva a perdere il senso dell'agire e del riconoscimento della propria identità in ciò che fa, dice e vive, o semplicemente affermandola.

 

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