Sai che allegria

05.11.2016 15:08

Questo è l'ultimo weekend che passiamo con Obama. «Quello di prima come si chiamava?» mi domanda la figlia quattordicenne di un’amica di mia moglie. Lascia perdere, non ti sei persa molto, avrei voluto risponderle, trattandosi di George W. Bush. Ma la bimba era appena nata, la politica internazionale passava sopra la sua testolina, ma da quando ha iniziato a seguire anche svogliatamente un telegiornale, l'inquilino della Casa Bianca è sempre stato un giovane uomo di colore, un carismatico liberal dalla voce calda e dall'eloquenza irresistibile. Il primo presidente americano della tua vita non lo scordi mai, ti dà una specie di imprinting indelebile: quattro anni, nella percezione dilatata dei bambini, valgono dieci, figuriamoci otto. L'America entra nella tua esistenza con quella faccia, quella voce, quella politica. La mente mi riporta ai miei quattordici anni. Per questa ragazzina Obama è quel che per me è stato Richard Nixon, che avrebbe completato due mandati, se non avesse dovuto lasciare la poltrona a causa dello scandalo Watergate. Il volto peggiore dell'America imperialista, quella del Vietnam e dei golpe in America Latina: la «signora da buttare» della graffiante farsa di Dario Fo e Franca Rame.

C'è chi è stato bambino negli anni di Reagan, il presidente attore con il cappellone da cow-boy con le pistole puntate contro l'Impero del Male (l'Urss, che alla fine è crollato). I trentenni di oggi sono cresciuti di pari passo con Internet in una strana Bella Époque segnata dal trigono Clinton-Blair-Berlusconi. Anche quello di Bush si può considerare un doppio mandato condiviso fra George padre e George figlio, ma la loro scarsa personalità non deve aver segnato né i bimbi dei primi anni Novanta né quelli di inizio millennio. E poi Obama, il presidente nero, femminista, gay-friendly, un incrocio fra Mandela e Will Smith, il principe che va alla Casa Bianca e vince il premio Nobel.

Gli Usa sono entrati nella vita della figlia quattordicenne dell’amica di mia moglie con questo biglietto da visita, fascinoso come il Jfk che sedusse per tutta la vita Walter Veltroni e tanti italiani nati negli anni Cinquanta. Kennedy è stato ridimensionato dagli storici, per Obama il processo è già iniziato (la sua incertezza in politica estera è giudicata disastrosa), ma per chi da bambino si è impresso nel cuore il loro volto rimarranno sempre dei miti inarrivabili, simboli di un'età dell'oro, di speranze e di opportunità, com'è o dovrebbe essere l'infanzia.

Da martedì prossimo bisognerà dire addio ai fighissimi zii d'America, Barack e Michelle, che duettavano con le popstar e apparivano nelle sit-com. Il futuro è un nonno imparruccato che straparla come i vecchi alla fermata dell’autobus, oppure una nonna che veste malissimo e non possiede il minimo senso dell’umorismo. Sai che allegria.

 

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