Salvate il soldato Gentiloni

12.01.2017 14:38

Sono un cardiopatico di sinistra. Non c’è nesso fra le due cose, ma mi mortifica l’idea di poter far poco per la “causa” per colpa di un cuore sbarazzino. Ma qualche giorno fa ho letto la biografia di Grigory Zinovev, capo dell’Internazionale socialista, dove c’era scritto che il malanno del suo cuore era simile al mio e allora è tornata improvvisamente in me fiducia e speranza. Del resto il povero Zinovev non lasciò prematuramente questa terra per colpa del muscolo ribelle ma per le fucilate di Stalin. Con questa storiella voglio dire che al cuore si può comandare. Molti uomini politici eminenti hanno vissuto con patologie severe e invalidanti e quindi le spiritosaggini su Paolo Gentiloni lasciano il tempo che trovano. Tranne due. La prima è che la politica di oggi non è più dura di quella del passato ma sicuramente logora assai di più e più rapidamente. Non accetta i cagionevoli. Questo logoramento non dipende dalla quantità delle decisioni che devono essere prese, ma dagli stress che i continui corpo a corpo con avversari (e soprattutto amici) l’uomo politico di primo piano deve affrontare. La politica al giorno d’oggi non ti dà tregua, se allenti il controllo perdi rovinosamente e questa sconfitta non è rimediabile perché sparisci letteralmente dalla scena. Devi essere, lo dico in senso tecnico, proprio una bestia per resistere ai colpi e possibilmente darne altrettanti. In altre stagioni il partito ti proteggeva, l’opinione pubblica voleva sapere poche cose di te, non eri aggredito da insulti che avrebbero fatto rinunciare alla tonaca per impugnare il bastone. È ovvio che chi ha intrapreso il cammino di questa politica prende tutto il paniere, il frutto dolce e l’erba amara. Può capitare, però, che una persona perbene con una lunga carriera nelle stanze del potere, come Gentiloni, possa essere in poche ore sopraffatto non già dal carico di lavoro ma dal carico di tristezze del suo lavoro.

L’altra osservazione che si impone dopo aver letto del “malore” del premier (un infarto bello e buono) riguarda la possibilità di una ripresa personale che sia in grado di reggere il peso dello scontro politico. Tutti i cardiologi interpellati dai giornali confermano che la ripresa del paziente ci sarà senz’altro ma anche che lo stile di vita dovrà cambiare necessariamente. Gentiloni dovrà scegliere ogni giorno, prima di una riunione, prima di una telefonata, prima di un viaggio, prima di una lite, se il gioco vale la candela. Anche per queste ragioni trovo singolari le tesi di chi oggi sostiene che la cancellazione del referendum sull’articolo 18 da parte della Consulta darà vita lunga al governo. Non si coglie il dato di novità, purtroppo di carattere personale e che si è riproposto in tante occasioni (ricordo come si è speculato sui malanni di Hillary Clinton). Il dato di novità è questo: quale sforzo potrà produrre il premier in una situazione infernale per durare oltre l’estate? Dovrà non solo volerlo fare e mettere in conto uno scontro con il segretario del suo partito, ma anche calendarizzare leggi che in questo parlamento pieno di malumori rischiano di essere affossate. Soprattutto quelle più impegnative.

Sarebbe più responsabile che i leader politici, ma anche lo stesso capo dello Stato, ascoltando Gentiloni dopo il suo congedo dal Gemelli, si facciano un’idea chiara di quel che si può e non si può fare e per quanto tempo il governo può durare senza creare altro malcontento e senza nuocere alla salute del premier. Spesso, come in questo caso, la salute delle persone e quella del Paese coincidono. Nessuno può essere così cinico da chiedere a Gentiloni di logorare le forze che ha a disposizione dopo il campanello d’allarme che lo ha messo in guardia. Nessuno può chiedere al Paese di vivacchiare. Personalmente penso che da ogni crisi politica si debba uscire ridando la parola agli elettori. Se fossimo diretti da veri pater familias, potremmo decidere in buona armonia. In ogni caso un sincero “in bocca al lupo” al soldato Gentiloni.

 

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