Sembra un film di Pieraccioni

18.05.2017 22:55

Padri pasticcioni, amici degli amici, una corte dei miracoli che si muove nelle retrovie, un gruppo di sodali che dalle frequentazioni dell’oratorio ha accompagnato l’ascesa del più intraprendente di loro che si è ritrovato a Palazzo Chigi. Quel che sta venendo fuori dall’affare Consip e, anche se differente, da quello di Banca Etruria, sembra lo spaccato di un film di Leonardo Pieraccioni, non di Amici miei, dove dietro le cazzate spensierate emergeva comunque una visione della vita più complessa. No, qui non siamo alla commedia brillante ma alla pochade. Qui c’è un’ambientazione, quel genius loci toscano popolato da figure che sono un mix di arguzia e bischerate, battute taglienti, faciloneria, il tutto condito da una prosopopea che poggia sull’inesausto autocompiacimento. Nei meandri della vicenda Consip si consuma il copione di un figlio che non sa più cosa fare di fronte alla scombiccherata intraprendenza di un padre che gli scappa da tutte parti, e ogni volta che si muove ne combina una. Parenti serpenti è il titolo di un film di Monicelli, anche lui non a caso nato da quelle parti il quale, chi ha visto il film lo sa, risolve il problema dei legami familiari inscenando una macabra soluzione finale.

Personalmente, pur correndo il rischio di essere assimilato agli estimatori delle scie chimiche, penso che la telefonata tra Matteo Renzi e il padre Tiziano sia, come si dice, pettinata, montata ad arte per consentire al primo di smarcarsi dall’ingombrante attivismo del genitore, mentre il brigadiere di turno diligentemente annotava. Matteo, la Boschi e il braccio destro Lotti, da buoni cattolici devono aver fatta propria l’arcinota espressione dell’Antico Testamento sul fatto che le colpe dei padri ricadono sui figli. Così, sentendosi parte in causa, si danno da fare nel tentativo di mondarle, per altro con modalità diverse.

L’ex premier ha invitato il papà a smettere di dire bugie; il riferimento, per altro esplicito nella telefonata, è alla grottesca storia della statua della madonna di Medjugorje che Tiziano Renzi, con l’aiuto dell’amministratore delegato di Consip, azienda pubblica nota per occuparsi del trasferimento di statue e obelischi, vuole piazzare nell’atrio di un ospedale fiorentino. L’espiazione del peccato parentale si risolve insomma con una netta separazione di ruoli e responsabilità. Diverso il caso della Boschi che, dando credito ai retroscena svelati nel libro di Ferruccio de Bortoli, si fa diligentemente parte in causa perorando un banchiere di rango affinché eviti al padre, vice presidente di Banca Etruria, la gogna della sua gestione fallimentare. In questo Maria Elena si rivela assai più cinica e determinata del suo mentore. Infatti la ministra non pensa minimamente di rivendicare estraneità rispetto ai comportamenti del papà. Al momento, in attesa delle prossime puntate dove sicuramente irromperanno sulla scena le mamme, in entrambi i casi non si può parlare di strategia vincente.

 

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