Spali e stia zitto

16.10.2014 17:47

In un Paese idrogeologicamente dissestato, non c’è da meravigliarsi se i capi della Protezione Civile diventano dei protagonisti, purtroppo non sempre nella migliore accezione. E ogni stagione politica ne ha avuto uno.

Nel periodo della Prima Repubblica il titolare dei disastri era il democristiano Giuseppe Zamberletti, che della Protezione Civile è ricordato come il padre fondatore. 

L'era berlusconiana ha invece avuto in Guido Bertolaso e nei tanto criticati superpoteri il suo eponimo. 

L'avvento delle larghe intese ha portato all'attuale responsabile – Franco Gabrielli - che prima di ricoprire l'incarico è stato direttore del Sisde, nonché prefetto per la ricostruzione dell'Aquila, la città simbolo del connubio tra catastrofi naturali e malaffare.

Franco Gabrielli è un toscano schietto che non le manda a dire, ed essendo un po' vanesio è anche un comunicatore molto scaltro, come si vede dal modo benevolo con cui i media ne accompagnano le mosse.

Addirittura è stato trionfale nel recupero della Concordia, operazione di alta ingegneria da lui sapientemente portata a buon fine in mezzo allo scetticismo di molti.

Come i suoi predecessori, anche il prefetto Gabrielli non sfugge all'ineludibile destino che lo costringe a entrare in azione quando terremoti, frane o alluvioni hanno già prodotto i loro danni.

In un Paese dove la prevenzione non esiste, o è ridotta al minimo, il suo non può essere che un intervento ex post, mirato soprattutto per cercare di gestire al meglio l'emergenza.

A un uomo come Gabrielli, giustamente, il ruolo va stretto. Non ci sta ad essere quello che ci mette la faccia caricandosi di colpe non sue, ma è inevitabile che nello scaricabarile generale, con i politici che latitano o sanno solo lamentare il mancato allarme, il suo ruolo è quello di capro espiatorio, che credo rappresenti una voce abbastanza importante del suo stipendio. 

Questo è il motivo per cui ogni sua conferenza stampa organizzata sul luogo del delitto (o del relitto, nel caso della Concordia) si trasforma in una strenua autodifesa.

Intervistato da Repubblica, Gabrielli è sbottato: «La Protezione Civile è senza mezzi, è come se mi avessero mandato al fronte con una scatola di aspirine per una guerra non voluta da me». E ancora: «Ora tutti a piangere ma poi la politica dimentica».

Parole sacrosante e recriminazioni giuste per chi poi si trova in prima linea, ma c'è un però, che poi si risolve in una paradossale contraddizione: il capo della Protezione Civile è un dirigente dello Stato e come tale lo rappresenta nella buona e nella cattiva sorte.

Nel primo caso, vedi l'operazione Concordia, lo Stato è virtuoso perché col suo supporto ha garantito il risultato; nel secondo, ed è il caso di Genova, è latitante e responsabile per la sua incapacità di prevenzione e addirittura di spendere soldi già stanziati alla bisogna.

Viene il sospetto che per Gabrielli sia un paravento buono o cattivo dietro cui ripararsi a seconda delle situazioni. A mio avviso, essendo nel pieno delle sue funzioni e dunque rappresentante di quello Stato che attraverso il governo lo ha nominato, il prefetto dovrebbe limitarsi a fare il suo lavoro.

Catapultarsi nel bel mezzo di una catastrofe ambientale per dire che la colpa è dello Stato latitante è come darsi la zappa sui piedi. Se Gabrielli si sente davvero mandato al fronte con l'aspirina in tasca, se si è stancato di pagare per colpe ed errori non suoi, può sempre mettere a disposizione il suo mandato.

Altrimenti, per usare l'immagine della meglio gioventù impegnata a ripulire dal fango i vicoli di Genova, spali e stia zitto, soprattutto quando si è ancora in piena emergenza. Sentire un rappresentante dello Stato dare la colpa di tutto ciò alle pubbliche istituzioni non ha nulla di efficace né di consolatorio.