Stoffa ruvida, che puzza di rancio furerie e popolo

25.08.2017 18:12

Ci sono foto simbolo che rivelano tracce di umanità in un contesto che di umano aveva poco, intriso com’era di una inusitata violenza fisica e verbale (gli idranti usati come sfollagente, quello «spezzategli le braccia» con cui il funzionario di polizia aizzava i suoi alla reazione violenta). La foto uscita sui giornali è quella dell’agente che accarezza una donna sconvolta da quella improvvisa devastazione forse piombatele addosso mentre ancora dormiva. Lui che cerca di rassicurarla e accompagna il suo intento con un gesto di fratellanza. Lei che ha in volto i segni della paura e della rassegnazione, di chi sembra di aver già dato tutto, di non avercene più dopo che probabilmente è da quando è venuta al mondo che vivere è diventato un sopravvivere.

Quella foto mi ha fatto pensare a Pierpaolo Pasolini, a quella poesia pubblicata su L'Espresso in cui il poeta solidarizza con i poliziotti coinvolti negli scontri di Valle Giulia. Tra studenti e forze dell’ordine, aveva polemicamente scelto di difendere quest’ultime, proletari mandati allo sbaraglio ad arginare quei giovani borghesi con le facce da figli di papà. E dietro le cui divise «stoffa ruvida, che puzza di rancio furerie e popolo» emerge «lo stato psicologico cui sono ridotti per una quarantina di mila lire al mese»; senza più sorriso, senza più amicizia col mondo, separati, esclusi, umiliati dalla perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti, perché l’essere odiati fa odiare.

Pasolini non c’è più e da quell’episodio sono passati cinquant’anni, e soprattutto la lotta di classe non oppone più borghesi a proletari, ma il Sud del mondo povero e disperato con il Nord ancora sinonimo di opulenza. Sono sicuro che se potesse commentare quanto successo ieri, lo scrittore metterebbe l’agente e la donna di colore dalla stessa parte, entrambe vittime di errori e ipocrisie più grandi di loro, della colpa di chi lascia marcire le situazioni e poi manda il suo braccio armato a risolverle, in nome di quel principio di legalità che brandisce dopo anni di acquiescenza. E soprattutto dopo aver concesso alla gran parte di quei derelitti (il fatto che qualcuno ci si sia mischiato aizzandoli non inficia la loro condizione di diseredati) asilo e status di rifugiato.

E fa molto pensare che ciò avvenga mentre la sinistra governa il Paese e fa strame di uno dei suoi principi identitari, l’accoglienza e la solidarietà, sotto i getti degli idranti, metafora di una sconfitta, della sua incapacità di dare una risposta politica a una questione epocale e gigantesca nella sua complessità, chiamandosi fuori e delegando a un poliziotto quella condivisione del dolore di cui non è più capace.

 

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