Tristezza, per favore vai via

13.06.2014 21:19

La prima partita dei Mondiali e i disordini che l'hanno preceduta, danno l’impressione che tutto l'ambaradan, dall'ultimo raccattapalle del Ghana al pallone d’oro Messi, rappresenti un colossale pasticcone euforizzante, una dose da cavallo proporzionata per un Paese grande come un continente che soffre di una strana sindrome bipolare, che a volte lo fa sentire una superpotenza giovane e agguerrita, a volte un gigantesco puzzle di emergenze da Terzo Mondo.

I Mondiali di calcio, sport che da sempre appare come un'emanazione delle strade di Rio e San Paolo, anziché un passatempo inventato negli esclusivi college inglesi del XIX secolo, dovevano essere la celebrazione della nuova e ultradinamica superpotenza latina, la prima e più simpatica lettera dell'acronimo Bric (Brasile, Russia, India e Cina), risorta non grazie a governacci conservatori e globalizzatori senza scrupoli, ma per mezzo di leader di sinistra (molto di sinistra) come Lula da Silva e Dilma Roussef, in grado di comporre la fatale discrasia del 900 e cioè la crescita economica svincolata dal progresso morale.

Il Brasile sembrava aver applicato all'economia lo stile fantasioso, rapido e imprevedibile del suo calcio, con risultati di analoga spettacolarità, illudendo l'Occidente che ci si poteva finalmente disfare della coda di paglia che ci fruscia dietro quando pensiamo al Brasile, un Paese di cui vorremmo goderci tre o quattro cose bellissime e divertentissime (il calcio, il carnevale, le belle donne e la musica) senza dover pensare continuamente che dietro ci sono tutte quelle favelas piene di poveracci, gli eserciti di bambini diseredati e sfruttati, e centinaia di migliaia di contadini che fanno la fame.

E invece il disturbo bipolare del Brasile si è acuito proprio in concomitanza della preparazione dei Mondiali: lunga, tormentata, segnata da ritardi e corruzione.

I miliardi di dollari spesi dal governo per allestire stadi, vie di comunicazione e infrastrutture, e sottratti, c'è poco da fare, a necessità collettive molto più urgenti come l'ammodernamento della scuola pubblica, la lotta alla criminalità e alla violenza urbana, la difesa dell'ambiente, hanno fatto girare le palle (qui il calcio non c’entra) a molti.

È la polemica uguale in ogni parte del mondo alla vigilia di un evento, dalle Olimpiadi alla Notte Fucsia di Cervia, e il governo di Brasilia ha risposto come rispondono i governi in ogni parte del mondo: sono tutti investimenti, i finanziamenti sono in realtà prestiti, l'economia riceverà un grande impulso, le strutture rimarranno anche al termine della kermesse, bla bla bla.

Spiegazioni che sono risultate convincenti come sempre, cioè hanno convinto pochissimo. Poco convinti erano i brasiliani “No Copa”, che hanno proclamato il giorno d'inizio dei Mondiali «giornata della resistenza contro i Mondiali di calcio».

Scoprire che in Brasile c'è anche gente che non è disposta proprio a tutto per la Coppa del Mondo, anzi che «nessuno è felice nel Paese del calcio» come ha detto lo scrittore Paulo Lins, per il resto del mondo è stato uno choc. 

Abbiamo scoperto che i brasiliani non sono come i gattini, non basta fargli rimbalzare davanti una palla per farli contenti.

Abbiamo anche scoperto che i calciatori brasiliani possono fare con la palla tante meraviglie ma altrettanti pasticci, come si è visto contro la Croazia. 

Ma l'«errore» (chiamiamolo così) arbitrale fa pensare che una non-vittoria del Brasile in questi Mondiali non vada nemmeno presa in considerazione, se non per evitarla con ogni mezzo, perché Roussef ha bisogno di gol, tifo e torcida per tener buono il suo Paese.

Se amiamo davvero il Brasile e vogliamo che nessuno fuori dagli stadi si faccia male, dobbiamo anche noi applaudire gli arbitri compiacenti e sperare che gli avversari della Seleçao mettano da parte le loro ambizioni sportive in nome della pace nelle favelas di Rio, Bahia e Manaus.

Per ora, l’unica cosa certa è che gli spigolosi croati hanno ingoiato il rospo sulle note di «Tristezza, per favore vai via», c’è da vedere se faranno altrettanto i messicani e i camerunensi.