Tutto il resto è noia

19.01.2017 14:39

Stamattina, come tutte le mattine, ho letto i giornali. Ho letto cronache politiche sulla segreteria di Matteo Renzi, intervistine al comunista fai-da-te che Renzi vuole mettere a capo dell’organizzazione, le solite cose sul centrodestra, un ottimo Massimo D'Alema sul centrosinistra e qualche pensoso commento sul «perché i populismi vincono» e soprattutto sulla necessità di dialogare con essi. Tutto bene. Poi (e so che qui rischio la retorica, però me ne infischio) accendo la tivù e vedo come hanno passato la notte i terremotati. L’area colpita è sempre la stessa, ma si va estendendo: gli esperti dicono che si sposterà più a Sud. Ormai anche i cittadini romani vivono come cosa propria il terremoto, tanto forti e lunghi sono stati gli ondeggiamenti di case, uffici, scuole e tanta paura ha provocato la chiusura della metropolitana. So bene che dire “ai miei tempi” fa molto vecchio, ma pure non mi posso sottrarre da questi paragoni. Anche in anni in cui le catastrofi provocavano danni persino maggiori con soccorsi spesso inesistenti, si sentiva che il Paese aveva ritrovato la sua unità, e se non scattava quel “qualcosa” c’era un Pertini che faceva il “cazziatone” agli italiani e non solo ai politici. Oggi? Mentre politici e commentatori si occupano della novità storica del “populismo”, vigili del fuoco, soldati e volontari accorrono o vorrebbero accorrere e danno una mano. In televisione i sindaci intervistati non hanno più colore. Può darsi che il più critico verso il governo sia del Partito Democratico o dello stesso partito del presidente della Regione. C’è un’Italia profonda, eccola qua la maggioranza silenziosa più bella, che si danna l’anima, lavora, vorrebbe dare di più, vorrebbe cambiare le cose. Un tempo questo sentimento aveva un nome politico, si chiamava «solidarietà nazionale», che prima di diventare una formula di governo indicava la voglia di stare e fare insieme, indicava il momento magico in cui popolo e politica si incontravano anche per maledirsi ma nella certezza di poter cambiare le cose. Oggi sui giornali si parla della segreteria del Pd, dell’eterna lite Salvini-Berlusconi, mentre su un canale televisivo sfilano le immagini dei terremotati e si sentono parole infuocate o rassegnate mentre alle spalle di chi parla c’è sempre una camionetta di militari, una divisa da vigile del fuoco e ragazzi volontari.

Chiunque vincerà le prossime elezioni vincerà per poco ma soprattutto non ci sarà un vincitore che vincerà assieme all’Italia. Diventerà un vero leader chi avrà sintonizzato le sue antenne con il Paese reale, anche perdendo colpi nella gara quotidiana di stronzate da dire in tivù, chi avrà percepito meglio di altri il sentimento di una nazione sfinita, massacrata, addolorata; chi dimostrerà di voler bene a questo Paese. Un leader dallo sguardo lontano, dai pensieri lunghi, questa è l’unica via di salvezza. Tutto il resto è noia.

 

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