Two marò is megl che uàn

05.06.2016 22:21

L’altro giorno, facendo una ricognizione mentale di tutti i “ritorni” che conosco, la mia memoria mi ha fornito i seguenti: il ritorno di Ulisse, quello di Ringo, di Highlander, dello Jedi, dei morti viventi e perfino di Lassie. Nel variopinto repertorio dei ritorni famosi, qualunque ritorno è comunque più suggestivo di quello dei nostri due marò dall'India, con tutto il rispetto per le loro traversie e per i quattro anni di logorante attesa toccata alle loro famiglie, spettatrici impotenti di un tiro alla fune che ha coinvolto eserciti di avvocati, giuristi, politici in campagna elettorale, giornalisti e social media.

Già il fatto che la restituzione sia avvenuta in due rate, prima Massimiliano Latorre e un anno dopo Salvatore Girone, ha tolto pathos alla vicenda e ha impedito che i due marò, aitanti guerrieri uniti nella buona e nella cattiva sorte, diventassero una sorta di Castore e Polluce, Eurialo e Niso o Starsky e Hutch, ovvero il primo apporto italiano dopo Sacco e Vanzetti alla galleria dei “bromance” che fanno battere il cuore al pubblico.

E poi se devi coniare uno slogan o un hashtag, two marò is megl che uàn suona meglio. Ma se uno stava da mesi a casa sua e quello più sfortunato alloggiava nell'ambasciata italiana a New Delhi, ed è difficile immaginare un'ambasciata italiana come un luogo di privazioni e di sofferenze, la pubblica indignazione pian piano si è smorzata, soprattutto quando veniva in mente che altri giovani italiani all'estero, non fucilieri di marina, sono stati brutalmente ammazzati e ancora non si sa da chi.

Eppure le responsabilità di Latorre e Girone nell'uccisione dei due pescatori indiani (gli unici in questa faccenda che a casa non ci torneranno mai) sono tutt'altro che accertate, e tali rimarranno, perché l'inchiesta è stata condotta, sia da parte indiana che italiana, in modo a dir poco spensierato. Per quanto sconcertante possa sembrare, i due marò potrebbero essere a tutti gli effetti vittime di un errore giudiziario pilotato dalla propaganda politica, proprio come Sacco e Vanzetti, e hanno perfino sfiorato il rischio di fare la stessa fine, quando un avvocato indiano ha chiesto l'applicazione contro di loro della legge anti-terrorismo marittimo, che prevede la pena di morte.

Ma è adesso, dopo il rimpatrio, che deve scattare l'operazione «salviamo i marò», perché ora Latorre e Girone non sono più «i nostri ragazzi» ma due italiani in attesa di un processo, come tanti altri, e la controparte non sono gli indiani ma i loro connazionali.

Dovremo salvare i due militari da quelli che cercheranno di lucrare gli ultimi brandelli di visibilità legati alla loro vicenda, tipo i talk-show che già scalpitano per metterli in scaletta fra l'intervista alla mamma assassina e la portinaia del palazzo dei pedofili; o da tutti quelli che, dopo aver brandito il caso marò, ora devono fingersi contenti di non poterlo più usare; o dall'amarezza del ritorno in un'Italia che seppellisce più rapidamente nell'oblio chi torna tutto intero da chi torna in una bara; o da chi, senz’altro ci sarà, li vorrà far sentire in colpa di essere vivi, o di fare i soldati, o di non aver approfittato della permanenza in India per imparare lo yoga, dato che il tempo ce l’hanno avuto.

Poiché sono convinto che sia l’Italia che l’India hanno più fretta di tornare in buoni rapporti politico-commerciali che veder riconosciuta pienamente l’estraneità di due fucilieri di Marina nella morte di due innocenti, ora più che mai: «salviamo i marò».

 

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