Un bambino fatto crescere troppo in fretta

19.06.2017 15:51

Ci sono tre tipi di campioni. Francesco Totti è stato una bandiera della Roma, Franco Baresi del Milan, Alessandro Del Piero della Juventus (come lo sarà Gianluigi Buffon). Campioni che hanno giocato tutta la vita nella loro squadra e sono stati amati dai loro tifosi facendo versare lacrime al loro addio, e che tutti i tifosi nel tempo ameranno. Poi ci sono campioni che non sono stati la bandiera di nessuna squadra, alcuni di loro hanno cambiato più volte maglia, ma sono stati ugualmente amati dai loro tifosi e non solo da quelli. Parlo di giocatori come Roberto Baggio, Diego Armando Maradona, Michel Platini. Giocatori dal talento puro, indiscusso, che hanno deliziato gli appassionati di calcio e che hanno saputo unire i tifosi di tutto il mondo nella tristezza provata al momento del loro addio al calcio, e nella gratitudine sportiva per quello che hanno saputo mostrare in campo.

Poi c’è un altro tipo di campione, il terzo tipo, il mercenario. Giocatori che hanno talento, lo mostrano, ne vanno fieri, ma si spostano da una squadra all’altra cercando solo soldi, fama e vittorie. Nient’altro. Non hanno interesse ad essere amati come bandiere, non giocano per il gusto di giocare e divertire, pur coperti di milioni… e sono applauditi, ma nessuno piangerà mai per loro, nessuno si emozionerà quando daranno l’addio al calcio: la passione per questo tipo di campioni è puramente estetica, zero trasporto, zero empatia, zero emozione, puro tornaconto. Mi piaci perché mi fai vincere, non mi piaci più se non mi fai vincere. Finché mi servi ti applaudo, se non servi ti fischio. E’ il destino dei mercenari: Ibrahimovic, Balotelli e forse Higuain. E da poche ore anche il giovanissimo Gianluigi Donnarumma. Non è che non gli si voglia bene ai mercenari, è che oltre al talento si scorge in loro anche un certo limite nel cuore. Niente di male, se non fosse che il destino dei mercenari è, in fin dei conti, la solitudine.

Si sta scrivendo tanto sulla decisione di Donnarumma di non rinnovare il contratto con il Milan ed essere libero, a diciotto anni, di andare in una squadra più importante e più forte. Avrebbe potuto diventare la bandiera di una squadra, peraltro quella di cui è tifoso e che lo ha allevato, cresciuto e lanciato. Avrebbe potuto anche decidere di diventare un campione amato, affermandosi prima dov’era e poi magari cambiando squadra di fronte a un’offerta migliore nel momento giusto. Invece ha scelto di diventare mercenario. Lo ha fatto nel momento in cui con il suo procuratore ha deciso di chiudere la favola che aveva incominciato a scrivere. Una storia rara e preziosa: un talento purissimo, che a un certo punto viene lanciato dal suo allenatore e fatto esordire a sedici anni in serie A, un bambino a cui una squadra dà fiducia totale e a cui offre l’opportunità di diventare bandiera e un campione benvoluto da tutti. Un ragazzo che invece, una volta compiuti diciotto anni, semplicemente se ne va, senza salutare e senza nemmeno dire grazie.

In questa vicenda c’è la mano di un cattivo consigliere, che non a caso è il procuratore di tanti “mercenari”. Un ottimo procuratore, se si pensa a quanto fa guadagnare, un pessimo consigliere per un ragazzo e per tutto quello che insegna ai giovani. Perché la carriera e i soldi sono importantissimi ma, in realtà, non sono tutto.

C'è un’amara sconfitta in tutto questo. A perdere è chi vuole guardare il calcio come sogno, passione, storie umane, chi cerca in esso frammenti di amore, onore, rispetto, nobiltà di sentimenti, poesia. E chi ogni tanto vuole versare lacrime di gratitudine, non lacrime di tristezza e delusione per un amore che muore prima ancora di nascere. O per un bambino fatto crescere troppo in fretta.

 

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