Un bersaglio a prescindere

01.04.2017 09:40

Giuliano Poletti è un politico opulento e ridondante, per la sua stazza fisica e per quell’eloquio sincopato che gli fa affastellare i concetti in modo tale che la sua costruzione discorsiva oscilli tra il confuso e il posticcio. Ministro del lavoro per via di meriti acquisiti alle Coop, si è traghettato zitto zitto, senza dare nell’occhio, dal governo Renzi a quello Gentiloni.

Essere ministro del lavoro in un Paese dove il lavoro scarseggia e quello giovanile praticamente è inesistente, lo rende per definizione vittima designata a cui non se ne perdona una. Insomma, un bersaglio a prescindere. Come è successo recentemente quando, visitando una scuola di Bologna, ha detto candidamente che «un lavoro si trova più giocando a calcetto che mandando in giro curriculum». Apriti cielo. I corifei dell’indignazione permanente gli hanno sparato bordate di «come si permette» e «ci vada lui a giocare a calcetto». Poletti, invece che difendersi, ha pensato bene di fare una mezza marcia indietro spiegando che non voleva sminuire il valore del curriculum ma solo sottolineare l’importanza dei rapporti che si stabiliscono fuori dai banchi di scuola.

Al netto della frase infelice, il ministro non ha detto una cosa sbagliata, e tutti sappiamo che è così, solo gli ipocriti fanno finta di non saperlo. «Le carriere si fanno a cena» mi disse una volta Pennacchi, e come dargli torto? Proprio ieri il telegiornale regionale ha dato la notizia che uno studente del liceo classico di Osimo ha vinto le olimpiadi di Filosofia, primo fra diecimila partecipanti. Un ragazzo preparato, un talento, almeno dal suo curriculum. Quel ragazzo si iscriverà a Filosofia, si laureerà con centodieci e lode, imparerà due lingue, farà un master, due, tre, quattro… poi cercherà di entrare all’università. Se riuscirà ad avere “circoli collaterali” affidabili, compagni di calcetto di un certo tipo (per citare il ministro) ci riuscirà, altrimenti sarà uno dei tanti precari che intaseranno le graduatorie e si lamenteranno che il mondo ce l’ha con lui, che lo Stato non fa niente per i cervelli più o meno in fuga, bla, bla, bla… Intanto qualche furbetto impreparato e raccomandato prenderà il suo posto, lui si incazzerà e lo guarderanno pure male, perché ormai queste cose dovresti saperle… E allora, secondo voi, il ministro Poletti ha detto una cosa sbagliata? Ha detto semplicemente quello che succede nella realtà. Facciamo le “giornate della trasparenza” e sembriamo tutti buoni, poi se diamo un’occhiata ai concorsi o alle ditte che vincono gli appalti vediamo che tanto buoni non siamo. Oggi, da destra a sinistra, non s’indigna più nessuno per queste cose, ormai si sanno, si danno per scontate, e allora perché prendersela tanto? Piuttosto, imparate a giocare a calcetto, poi se giocate con la maglia rossa o nera poco importa, l’importante è fare spogliatoio.    

A me il ministro Poletti non sta simpatico, ma questa volta ha detto una cosa giusta, anche se inopportuna. Siccome la perdita di consenso è uno spauracchio verso il quale un politico cala immediatamente le brache, il ministro non se l’è sentita di tenere la posizione. Peccato, perché quell’invito a curare più le relazioni e meno i curriculum conteneva una grande verità. Nel Paese delle conventicole e delle appartenenze, delle raccomandazioni e del tengo famiglia, contano di più le conoscenze di tanti master e dottorati. Ben venga dunque il calcetto. Accanto ai cervelli in fuga, sono molti i laureati che restano in Italia puntando a far carriera con i piedi.

 

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