Un involucro di speranze deluse

20.03.2017 09:36

Le ragioni astratte della scissione del Pd umiliano fuori misura una materia soggetta a ragionamento, quale è appunto la politica. Nella logica rancorosa dei dissidenti e nella presunzione di forza della maggioranza, il Pd si avvia all'ennesima trasformazione, alleggerendosi di un gruppo di contrasto interno a cui rimane la prospettiva di dar luogo a un partitino della sinistra démodé.

Il partito per antonomasia della nazione si avvia, dunque, senza un minimo sforzo di elaborazione culturale, a diventare una massiccia forza genericamente progressista, lasciandosi definitivamente alle spalle i retaggi di una cultura eminentemente di sinistra. Il processo asettico e nevrastenico che ha portato alla dissociazione interna appare quanto di più controproducente per una formazione fondamentale per i futuri scenari di governo. Il Pd, con il suo fracasso amplificato, distante da qualsiasi confronto programmatico e ideologico, sta riuscendo nell'impresa di trasformare una consistente fetta della popolazione romantica, emotiva e fiduciosa nel riscatto dei valori universali della sinistra democratica, in un elettorato passivo e disincantato. All'interno della sua struttura partitica non esistono laboratori politici per l'applicazione moderna e dinamica dei valori socialdemocratici, o studi di settore per ridurre la disoccupazione e incentivare l'economia, ma cricche separatiste e assetti organici in disputa tra di loro il cui atteggiamento concitato e così poco riflessivo rimane un punto interrogativo inconcepibile, proprio perché relativo alla classe dirigente di un partito che, tendenzialmente, predispone al dialogo meticoloso e alle proposte di contenuto.

Nei sofismi costruiti a sostegno dell'evoluzione dell'organismo partitico, nel linguaggio patetico della demagogia speculativa e nei proclami astiosi degli scissionisti, il Pd viene concepito come un involucro di speranze deluse, privo di qualsiasi slancio che possa conferirgli un ruolo di consistente oppositore della devastazione populistica. L'imperativo categorico diventa, pertanto, l'impegno unilaterale di una politica di forma e sostanza che dia una ben ponderata e precisa identità a un partito perpetuamente in divenire, che ha tranciato in scioltezza ogni legame col passato più glorioso e significativo, tanto che una qualsiasi posizione morale di Berlinguer risulterebbe oggi essergli estranea.

Il Pd sta assumendo la forma dell'acqua, adagiandosi alle linee estetiche di qualsiasi contenitore che abbia un peso specifico e come l'acqua, una volta passato allo stato liquido e rinunciato a una configurazione solida, avrebbe la necessità di essere contenuto, in quanto risulterebbe delimitato e plasmato da un sistema di potere inclusivo, sì da esistere in una forma incongrua che andrebbe modellandosi agli umori e alla volontà di chi ne dispone.

Il Pd in versione H2O (acqua) riempie le otri di un apparato di comando lasciando a secco la pianta della coerenza. Sarebbe auspicabile che all'interno del suo ambito decisionale si smettesse di ambire con ossessione a un leader funzionale alle esigenze della medesima classe dirigente, bandendo ogni strategia che possa portare a individuare un'anima e una mente in grado di rappresentare in maniera consona la base ipercritica, maturata a dismisura rispetto al suo apice, sprofondato, ormai, in una sorta di sonnambulismo intellettuale che ha dell'incredibile.

Il Pd, un partito originariamente proiettato verso i diritti e le esigenze delle masse, non può oggi ritrarsi di fronte alla naturale possibilità di interpretare responsabilmente l'insofferenza popolare tanto tangibile e fondata, tanto meno può diventare un deterrente alla voglia generale di neutralizzare il populismo incipiente, mettendosi di traverso sulla strada della logica intellettuale che lo reclama come una forza compatta e partecipativa.

 

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