Un pezzo fondante dell'orgoglio europeo

18.11.2015 18:22

Quelle parole resteranno come un epitaffio nella coscienza del nostro Paese. Mi riferisco al sussulto di dolore espresso dalla mamma di Valeria Solesin, la ragazza veneziana caduta sotto i colpi del terrorismo inaccettabile e insensato nella notte parigina. «Un dolore per noi genitori... una perdita per il Paese». La sintesi perfetta, composta e misurata, di una famiglia italiana che tutti noi ci sentiamo di sottoscrivere, perché davvero Valeria è stata il prototipo di un sogno europeo che in lei era diventato realtà, vita vissuta.

Valeria, a dispetto dei summit e dei capi di Stato e di governo che sfilano lungo i tappeti rossi, ha scritto nella sua vita la costituzione europea, la cui assenza sta provocando tutti i disastri della storia recente: un continente di burro, anonimo e incapace di solidarietà e sicurezza, un continente che non pianifica nulla di strutturale se non gli “zero virgola” del Pil e del deficit dei suoi membri, salvo poi non avere una parola risolutiva nei contesti geopolitici, dove si apre a prateria desolante, a terra di grigi burocrati e quindi a landa solitaria da egemonizzare. 

E’ troppo facile adesso rimpiangere Oriana Fallaci, quantomeno ipocrita. Basterebbe sforzarsi di andare al cuore di quella tesi ed elaborarla criticamente per evitarci le urla che alimentano soluzioni demenziali e apologie populiste, poiché è sotto gli occhi di tutti l'autolesionismo culturale che ha generato l'equazione perfetta per il terrorismo. 

In Europa “multiculturalismo” vuol dire abbandono del patrimonio di valori e di tradizioni nate con noi e che hanno prodotto - ce lo dicono secoli di lotta e di rivoluzioni - quella distinzione armonica fra Religione e Stato, la quale non è punto di debolezza ma di forza democratica, di equilibrio dei poteri e di rispetto di tutte le fedi. Quindi è inaccettabile abbandonare questa conquista di secoli per un laicismo dogmatico che non ammira Chagall perché ha dipinto un crocifisso o non ascolta Wagner perché lo ascoltavano i nazisti. Sarebbe una debolezza e una subalternità etico-culturale che ci metterebbe sullo stesso piano di chi distrugge addirittura i suoi tesori museali, i libri, i mosaici, lo splendore del passato in favore del nulla funereo che uccide i suoi figli e la storia. Vogliamo barattare la bellezza della nostra identità per il nulla che uccide? Vogliamo rendere vano il martirio di Valeria e degli altri giovani di Parigi? Bisogna dire di no e con forza.

La fatica, lo studio, la filantropia, la Sorbona, Emergency, ci narrano la vita di Valeria, un'esistenza carica di senso, e tutto questo patrimonio sta davanti a noi come un monito forte all'Italia degli indifferenti e degli accidiosi, la cui vita è spesso un buco nero riempito inevitabilmente di tristezza in formato selfie, di insulti via social, di tuttologia via web. La nostra Valeria ha rappresentato quasi un simbolo “antropologico” per l’Isis, un emblema da abbattere alla stessa stregua di un monumento.

Con Valeria abbiamo perso un pezzo fondante dell'orgoglio europeo. Ci mancherà terribilmente. Siamo davvero arrabbiati e annichiliti e vorremmo da oggi un'Europa che non rinunci a se stessa e la smetta di essere un prodotto sottocosto nello scaffale della democrazia e della libertà.

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