Una guerra sporca

16.10.2015 18:30

In questi giorni si sente spesso parlare di vaccini. Vaccini sì, vaccini no. Favorevoli e contrari. «Vaccino» è una parola, un aggettivo, che deriva da «vacca», proprio come il latte che beviamo a colazione. O meglio, che bevevamo a colazione, prima che mode alimentari e teorie salutiste, più o meno fondate, lo additassero come fonte di mille mali: intolleranze, obesità, tumori,  infarto, e chi più ne ha più ne metta.

La stessa sorte sta toccando al vaccino, così chiamato perché, secondo la leggenda, quello che un medico del Settecento testò su suo figlio, derivava dal vaiolo delle mucche.

Le statistiche dicono che, come il latte, anche i vaccini stanno vivendo un crollo di popolarità, ahimè, proprio grazie al mezzo che vi permette di leggere questo articolo: la Rete, che, su ogni argomento, diffonde sia notizie serie sia “vaccate”, in proporzioni più o meno equivalenti. Ma per delicati processi psico-neurologici, le vaccate terrorizzanti hanno sempre più presa, anche perché in genere sono scritte in maniera più emozionante e pittoresca. Questo è un buon motivo per continuare a leggere libri, quelli fatti di carta.

Tra le tante vaccate, ce n’è una che farebbe impallidire il dottor Sabin, ed è quella per cui i vaccini obbligatori potrebbero provocare autismo, cancro e mutazioni genetiche; l'accusa più lieve è quella di essere zeppi di mercurio.

Il genitore apprensivo di oggi, infallibile cacciatore di motivi per cui preoccuparsi, non chiede altro che di essere impaurito, per sentirsi l'unico ed eroico baluardo del proprio indifeso pargoletto contro l'ignoranza e l'arretratezza della sanità pubblica e l'avidità dei cattivoni delle case farmaceutiche.

E quindi rifiuterà di sottoporre il figlio a quell'attentato che sarebbero le vaccinazioni obbligatorie, per non parlare del tentato infanticidio rappresentato da quelle consigliate.

Il problema è che oggettivamente né la sanità pubblica né tantomeno l'industria farmaceutica, sono specchi di altruismo e disinteresse, e quindi un pizzico di diffidenza non è solo un sentimento da mamme paranoico-alternative e papà simpatizzanti dei cinque stelle.

E così si finisce per credere di più a presunti complotti cinici e invisibili fra Stato disonesto e chissacchì, che a quello altrettanto cinico e invisibile, ma reale, e soprattutto più che documentato, tra virus e salute umana.

I virus debellati stanno semplicemente aspettando che il nemico si senta troppo sicuro e scopra il fianco, come è accaduto al Bambin Gesù di Roma, dove di recente alcuni neonati sono morti di pertosse, malattia che uccide 200 mila bambini l’anno.

Alle mamme e ai papà si pone un dilemma: a quale dei due terrori credere? A quello pro-vaccino o a quello contro? Meglio scegliere per il proprio bebè il rischio di morte da pertosse o quello di autismo da vaccino?

A questo punto il problema va oltre la diatriba “vaccino sì-vaccino no”, per dilagare in campi molto più delicati dell'immunologia.

E’ risaputo che la prima prevenzione è l'informazione, ma vagliare fra informazioni contraddittorie richiede competenze equivalenti o forse superiori a quelle di chi informa. Non basta leggere un articolo di giornale.

È come una guerra: il nemico sono i virus, ma in prima linea ci sono i bambini, che mandiamo a difendere la salute pubblica presente e futura con armi chimiche che gli inoculiamo fin da piccolissimi e dovrebbero proteggere loro per primi, ma potrebbero esserci le eccezioni. 

Diciamo che le malattie da vaccino sono una versione immunologica del «fuoco amico». È una guerra sporca, silenziosa e crudele, ma è grazie a lei che non vediamo più in giro facce butterate, gambine storpie e la mortalità, specialmente infantile, sfiora lo zero.

Non vaccinare i propri figli è una specie di diserzione per interposta persona. Comunque la si pensi, l'importante è ragionare da uomini e non da “vacche”.

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