Una narrazione che perde colpi

01.06.2015 22:22

Renzi si è inceppato. La sua narrazione, il suo racconto del mondo, che sembrava non dover mai fare i conti con la realtà ma stare in piedi sulla straordinaria abilità della sua affabulazione, perde colpi.

Se uno guarda ai governatori eletti è tutto esattamente come prima, con la Liguria che si sostituisce alla Campania, ora diventata feudo dell’«impresentabile» De Luca.

Ma se invece consideriamo il dato politico, il risultato delle Regionali è stata la prima seria battuta d’arresto per il presidente del Consiglio.

Prima di tutto perché la filosofia di Renzi non prevede vittorie di mezza misura, il suo deve essere un crescendo continuo, una cavalcata trionfale che riduce ai minimi termini gli avversari interni ed esterni.

Secondo perché si allontana l’idea del Partito della Nazione, che nella mente dell’ex sindaco di Firenze doveva nascere grazie alla diaspora di Forza Italia.

La diaspora c’è stata e quella che fu la gioiosa macchina da guerra berlusconiana si è ridotta a una cifra, ma dei suoi voti non ha beneficiato il Pd ma la Lega di Salvini e in parte i 5 stelle.

Un altro elemento politico, forse ancora più preoccupante per Renzi, è che il Nord gli ha praticamente voltato le spalle. Rispetto alle ultime elezioni europee, quelle del consenso bulgaro, il Pd perde in media più di dieci punti. E addirittura in Veneto subisce l’umiliazione di vedere il suo candidato doppiato dal presidente leghista uscente.

Il centrodestra, nella parte più ricca e produttiva del Paese, ricostituisce la filiera delle tre Regioni che governava nei momenti di massimo splendore, con la Liguria al posto del Piemonte. Ma anche qui è una vittoria che porta nettamente il segno di Salvini, perché Giovanni Toti senza l’apporto dei suoi voti non sarebbe mai riuscito a vincere.

Un altro aspetto da non sottovalutare è l’erosione del consenso in quelle che da sempre sono le roccaforti del Pd. In Toscana ha vinto nettamente ma il leghista Borghi ha portato a casa un 20% che va oltre le più rosee aspettative.

Invece in Umbria (altra roccaforte Pd), è stato per molte ore un testa a testa sul filo di lana prima che per pochissimo s’imponesse la piddina Marini.

Credo che per Renzi i motivi di riflessione (e di preoccupazione) non mancano. Un presentimento nell’aria che qualcosa potesse andargli storto per la verità si era capito anche alla vigilia del voto, con quelle dichiarazioni che invitavano a separare il dato locale da quello nazionale.

Il 5 a 2 eviterà formalmente qualsiasi contraccolpo sul governo, ma costringerà senz’altro Renzi a una correzione di rotta.

La prima cosa è che il suo vero antagonista non è più Berlusconi ma Salvini, e questo è un dato da non trascurare, perché ciò comporterà un cambio radicale di strategia politica.

La seconda cosa è che il bipolarismo può attendere, perché il Movimeno 5 stelle non ha subito erosioni e anzi si è attestato su uno zoccolo duro del 20% che ne fa la seconda forza politica del Paese, anche se la Lega sembra avviata a insidiargli la posizione.

Ultimo, ma non meno importante, i contrasti interni al Pd non possono essere derubricati a una guerriglia destinata a non intralciare la marcia trionfale del premier.

Il risultato ligure, con la discreta performance del civatiano Pastorino, indica che la sinistra dem insieme a quella antagonista può contare su un 10% di voti, percentuale che allo stato attuale la porterebbe addirittura a superare Forza Italia.

A questo punto Renzi dovrà inventarsi una nuova narrazione non più basata sull’epopea dell’uomo solo al comando. Un’impresa straordinariamente difficile, soprattutto per chi è abituato a fare tutto da solo.