Volli, sempre volli, fortissimamente volli

02.08.2017 15:30

L’hanno ribattezzato “il nonno astronauta”, come se a sessant’anni la vita fosse conclusa. Un tempo quel compleanno indicava l’ingresso nella terza età, quella della pensione. Adesso provate a chiamare un sessantenne (potete provare con me) “vecchio” e rischiate la rissa. Lo stesso dicasi per un settantenne. Il termine potrebbe andar bene per un ottantenne. Forse. E infatti Paolo Nespoli, invece di interessarsi dei nipotini, portare il cane a passeggio e leggere il giornale ai giardinetti, è stato spedito nello spazio per sei mesi. E allora non possiamo chiamarlo “vecchio”, tant’è che sulla faccenda dell’età lui ha dichiarato: «Non mi sembra una cosa tanto strana, e poi mi trattano come se avessi vent’anni». Dobbiamo dire che anche il fisico aiuta, e lui ha il fisico del ruolo, oltre che la testa.

Paolo Nespoli ha iniziato la carriera di astronauta a cinquant’anni, e fa onore al suo nome, perché una volta i contadini dicevano che «…con il tempo e con la paglia maturano le nespole», visto che sono frutti che hanno bisogno di maturazione e non possono essere mangiati appena raccolti. Si vede che lui migliora col tempo, anche se la maturità l’ha dimostrata già a trent’anni, come racconta Piero Angela nel suo ultimo libro. Lo incontrò nei primi anni Ottanta, glielo aveva segnalato Oriana Fallaci. Ecco come andò. Ci vedemmo nel mio ufficio – ricorda Angela – «Mi dica», lo incoraggiai. «Vorrei fare l’astronauta», rispose lui. Gli spiegai che non era così semplice: conoscevo un aspirante astronauta e sapevo quanto la selezione fosse difficile. «Lei ha esperienza come pilota o cose simili?». «No». «Ha una laurea in una materia scientifica, come ingegneria o fisica?». «No». «Parla inglese e russo?». «Il russo no, l’inglese abbastanza». Lo vidi motivato e pieno di volontà e gli diedi alcuni consigli per non deluderlo, sapendo però che era un caso disperato.

Quel giovane si laureò, diventò pilota e imparò le lingue. Da caso disperato Paolo Nespoli è assurto a orgoglio italiano. Non tanto perché adesso è un astronauta in orbita sulla Stazione Spaziale Internazionale: avrebbe potuto diventare Renzo Piano oppure Uto Ughi, il significato non sarebbe cambiato. Quello che conta è la sua determinazione a raggiungere un traguardo, a impegnarsi strenuamente per un obiettivo, a lavorare e sacrificarsi per realizzare se stessi. I sogni sono difficili da concretizzare, certo, ma non (sempre) impossibili.

In mezzo a un mare di difetti, questa è una delle caratteristiche più significative dell’italiano: la tenacia. Quel «Volli, sempre volli, fortissimamente volli», diventato la bandiera di Vittorio Alfieri, è anche il gonfalone dei migliori italiani, assieme all’intuizione e alla generosità.

Quel tricolore che Nespoli s’è portato nello spazio è davvero la nostra bandiera. Il simbolo di un Paese che ci fa disperare tante volte, ma che altrettanto spesso è composto da persone straordinarie. Perché l’Italia non è un’espressione geografica, come diceva Metternich, ma uno stato d’animo diffuso. Grazie a Dio, non solo allo stadio.

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