Waterloo at Nazareno's

22.02.2017 14:29

Tempo fa ascoltai Michele Emiliano a L'Aria che tira, una trasmissione di La7, argomento della puntata era il rapporto fra Matteo Renzi e il Pd. In mezzo alla gente seria, c’era un giornalista ospite che buttò lì un accostamento scherzoso fra Renzi e Napoleone, che fece storcere il naso al presidente della Puglia, probabilmente più in quanto fan di Napoleone che di Renzi. A distanza di tempo è Emiliano, la cui stima per l'Imperatore dev'essere vertiginosamente precipitata, a definire il segretario uscente del suo partito «un leader napoleonico» fatalmente destinato a incontrare «la sua Waterloo».

Gli appassionati di corsi e ricorsi storici hanno già rintracciato qualche analogia fra il Rottamatore fiorentino e quello di Ajaccio: entrambi leader giovani, impetuosi, accentratori, con più ideali che scrupoli, piombati dalla provincia a spazzare via la vecchia classe dirigente per sostituirla con una nuova élite in cui, via via che consolidano il loro potere, il merito conta sempre meno rispetto alla fedeltà. Certo, il cavallo bianco di Renzi è la sua pagina Facebook, la sua Grande Armée è fatta di tweet, ogni suo ghostwriter ha nel suo iPhone un bastone (per i selfie) da maresciallo e la promessa di uno stipendio: ma fu Napoleone o Renzi a dire «se vuoi avere successo a questo mondo prometti tutto e non mantenere nulla»?

Ancora più impietoso il confronto fra la riforma scolastica napoleonica e la “Buona scuola”, per non parlare della riorganizzazione della burocrazia e l'introduzione del Codice civile, che fissava per sempre alcune conquiste della Rivoluzione; ma è anche vero che Napoleone riuscì a imporre le sue grandiose riforme solo dopo essersi fatto il vuoto intorno, e con mezzi più sicuri di un referendum.

Però la differenza più vistosa - e qui Michele Emiliano rischia un autogol rivelatore - è nell'ultima battaglia, in cui Napoleone venne messo ko dal duca di Wellington e dalla Santa Alleanza, che poi ispireranno la Restaurazione. In questo videogioco che potremmo chiamare Waterloo at Nazareno's, se Renzi è Napoleone, l'homo novus che sovverte lo status quo aristocratico, i suoi avversari scissionisti si candidano al ruolo di potenze reazionarie. Speranza nella parte del re di Prussia, D'Alema nei panni dello zar, Bersani imperatore d'Austria e magari lo stesso Emiliano alla testa dello schieramento come il duca di Wellington. Sicuramente il «cazzo» fuggito a Delrio vale quanto il «merde» di Cambronne.

Ancora più inquietanti i possibili scenari post-sconfitta: facile immaginare Renzi-Bonaparte in esilio a Santa Maria Elena, un congresso tipo quello di Vienna al termine del quale riavremo un centro, una sinistra e qualche inutile partitino, e il tronfio quanto illusorio ritorno al potere delle vecchie facce e delle vecchie idee.

«Vergin di servo encomio e di codardo oltraggio» diceva il poeta, alla vigilia del congresso non posso che consigliare a Renzi di lasciar perdere i ghostwriter e di passare in farmacia, perché pare che a fiaccare il suo antecedente storico a Waterloo, più che l'abilità strategica degli avversari, fu un insidioso nemico interno. No, non Franceschini, le emorroidi, doloroso problema con cui Bonaparte combatteva da anni, e che quel 18 giugno 1815 gli impedì di cavalcare il suo celebre cavallo bianco in testa all'Armée, costringendolo a contorcersi nelle retrovie. Per evitare una débâcle congressuale, a Renzi servirà molta preparazione. Preparazione H, naturalmente. 

 

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