Il quaderno di Grenouille

Noi adesso sappiamo


Noi adesso sappiamo la pesantezza dei coprifuoco, degli invasori, della resistenza, noi figli della pace, della rinascita, della libertà, noi adesso sappiamo. E ricorderemo. Ma se è vero che non saremo migliori, che non cambieremo quello che siamo, se è vero che dovremo ripartire anche noi dalla nostra miseria per costruirci la speranza, adesso sappiamo come si sentono i vecchi, farfalle dalle ali esauste che aspettano la morte nelle case di riposo e nessuno li va a trovare, che osservano le ultime stagioni passare dietro al vetro, rottami a scadenza. E lo sanno. Non hanno voglia di parlare, solo di aspettare tra una flebo e un catetere quei figli che neppure oggi verranno. Attendono, si trascinano nelle stanze intontiti dal nulla, dal ronzio della tivù, da liturgie di farmaci, da rosari di noia. E il telefono che non suona, e le ombre dei ricordi addosso ai muri, e la notte un po' di droga per dormire.

Piano piano le visite si diradano e rimangono soli. Implodono. Si accartocciano. Si accucciano come cani. Soffrono della madre di tutte le malattie: la solitudine, che partorisce la depressione che fa vedere nero anche il sole e non ti lascia, non ti lascia. E i disabili, di corpo, di mente, di tutto, a scontare la colpa dell'immobilità, di uno sguardo, che non sai cosa dirgli, ti mettono a disagio, ti riempiono di pensieri, di bilanci, di imbarazzo.

E quelli rotolati fuori dal mondo, in compagnia dei loro passi, perché difficili, strani o derelitti. Li sfiori senza vederli, spettri di città, nessuno può arginare la loro angoscia, finché si convincono che la loro dannazione è meritata e non cercano più, e se qualcuno li incrocia si ritraggono, perché non vogliono soffrire più, non vogliono sperare per non disilludersi ancora.

Noi adesso sappiamo come è stato infinito il lockdown di queste anime a rendere, questi sassi in fondo al fiume. La loro vita è tutta una quarantena e adesso noi lo sappiamo. Sappiamo come stanno e non abbiamo più alibi per cavarcela con una preghiera. Noi adesso vediamo che i loro occhi sono stati i nostri. Occhi di animali feriti, terrorizzati, umiliati. A volte vogliono morire, vogliono restare in compagnia della loro solitudine, ubriachi di silenzio, ebbri di sonno e di stanchezza, di una voglia di esistere. Noi adesso sappiamo.

Ma se davvero c'è una cosa in cui possiamo cambiare - se realmente vogliamo essere migliori - è il tentativo di essere più umani. Nessun eroismo, solo tornare umani, davvero umani.