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Trasandati

Se l'illusione di poterne uscire migliori l'abbiamo archiviata da un pezzo e non ci vogliamo rassegnare all'idea di uscirne peggiori, sicuramente ne usciremo più sciatti. Già, perché se i cambiamenti morali sono difficilmente quantificabili, quelli del nostro guardaroba sono sotto gli occhi di tutti. A che serve rinnovarlo se le occasioni sociali si sono ridotte a zero? Anche chi non faceva movide ci teneva a far bella figura in ufficio. Nella prima ondata di teleconferenze c'era una certa attenzione almeno alla parte superiore, quella che veniva inquadrata nello schermo, dalla vita in giù tutto era permesso - pantaloni della tuta, braghe del pigiama, ciabatte con gli orsetti - ma quello che spuntava dalla scrivania doveva essere impeccabile: capelli pettinati, barba rasata e viso con un minimo di trucco. Invece adesso ci siamo lasciati andare. Ci si mette quel che si trova e la voglia di comprarsi qualcosa che non sia una tuta o un pigiama è scomparsa, quasi come la credibilità dei virologi. Che gusto c'è ad acquistare capi che vedrai solo tu e qualche congiunto? Se l'abito non è più anche una forma di comunicazione, basta che copra e scaldi. Una vera apocalisse per gli imprenditori della moda: che senso ha creare nuove collezioni quando almeno per un altro anno l'unico capo che si noterà è la mascherina? A che serve essere eleganti se la sera non si esce più? Del resto una donna non può andare a fare la spesa con un abito di paillettes. E' giusto che la pandemia ci rubi anche il piacere di vestirci bene? E' saltato tutto, lavoro, scuola, matrimoni, serate a teatro o al cinema, e allora facciamo saltare anche le convenzioni dell'abbigliamento mettendo di giorno i vestiti da sera. Ad esempio, fare la spesa in paillettes, portare a spasso il cane in abito lungo e tacco dodici, mettere lo smoking per andare alle Poste. Sarebbe una forma di reazione civile contro la depressione dilagante, un'azione di resistenza umana in attesa che il vaccino ci liberi dal coronavirus e dalla trasandatezza.