Racconti


Tutta colpa di Franco e Lina

«Adesso basta!» - disse lei - «non posso continuare a preoccuparmi di amichi e nemichi!»

«Amici, si dice amici» dissi io.

Lei, sempre più concitata: «Uffa, amici e nemichi, tu sempre il professore fai»

Io, con molta calma: «Nemici, si dice nemici»

«Basta! Vieni affanculo!»

«Amore, si dice vai affanculo...»

Lei, incazzata, ma sempre terribilmente sexy: «Stronzo!»

Io, completando la frase: «...si dice, sì infatti»

Ecco, questi erano i nostri discorsi e i nostri litigi. Non riuscivo ad avere un rapporto normale con lei. A volte era piena di fobie e paure, secondo me ingiustificate, che purtroppo prendevano il sopravvento su di lei e su di noi. Diventavano una presenza quasi costante nei nostri discorsi. Trovavo irritante essere costretto a occuparmi, mio malgrado, di queste cose inutili. Sì, consideravo decisamente inutili le sue paure. Non la paura in quanto tale, anzi ero certo che su un individuo normale la paura avesse una funzione protettrice. Erano invece le sue paure che ritenevo assolutamente inutili, erano troppe, veramente troppe per un solo individuo e per forza di cose qualcuna doveva essere sicuramente superflua.

In auto, ad esempio, era insopportabile. Per anni credo di essere stato l'unico automobilista, insieme all'autista della papamobile, a guidare sempre abbondantemente al di sotto dei limiti di velocità. Ma gli sguardi ironici di coloro che mi sorpassavano erano ampiamente compensati dallo spettacolo che mi offriva la mia compagna quando si rilassava seduta al mio fianco. Pur volendo, non sarei stato in grado di dedicare maggiore attenzione alla guida, lei mi catturava quasi completamente. Tranne quella volta che un'auto bianca mi aveva lampeggiato insistentemente e il guidatore mi aveva alzato il dito medio. Stavo per ingranare la marcia del mio Bmw e buttarmi all'inseguimento di quello stronzo ma lei seppe farmi cambiare idea.

Per non parlare dell'acqua. Non ero mai riuscito a portarla al mare. Il terrore che aveva delle grandi quantità d'acqua era perlomeno inspiegabile. Almeno per me. Ero perfettamente consapevole che la spiegazione avrei potuto trovarla ben oltre il groviglio impenetrabile di snodi cerebrali non completamente connessi che il suo delizioso cranio color miele ospitava. Avevo sempre provato un certo disagio all'idea di avventurarmi al suo interno e mi accontentavo di contemplarlo: me lo immaginavo come un groviglio a metà tra un rovo di spine con le more e un albero di Natale con le palline colorate. Quando si arrabbiava e strepitava ci vedevo anche le lucine. Quelle intermittenti.

Solo una volta ero riuscito a condurla nella piscina di uno degli alberghi in cui eravamo stati: si era sempre tenuta ad almeno due metri dal bordo. Invece curiosamente adorava annaffiare il mio giardino. Era capace di spargere una tale quantità d'acqua equivalente a quella contenuta in una piscina olimpionica senza che ciò le provocasse la minima ansia. Affogava il mio prato in una palude senza avvertire nessuna angoscia. Al contrario, era felice come una bambina.

Una volta mi chiese: «Come si dice quando faccio così con il tubo e l'acqua?»

«Stai irrorando d'acqua il mio giardino, patatina mia» le risposi soprappensiero.

«Mmh... iro... irorare... che parola sensuale!»

«Irrorare, si dice irrorare, con la doppia erre»

«Con una erre è più sensuale» mi rispose, pronunciando la frase molto lentamente con lo sguardo fisso di una gatta affamata.

«Ma è sbagliato» ribadii, e provai a giocare un po' con le parole: «Il parroco Baldassarre irrorava la terra rincorrendo irritato a tutta birra ramarri irridenti che erravano tra il porro e il farro correndo sorridenti senza arrendersi all'arrivo dell'arrembante parroco Baldassarre».

Questa volta più delle altre mi chiesi come facevamo a prenderci sul serio. L'aggrovigliamento sinaptico che avevo postulato poco fa lasciava improvvisamente posto a un accogliente spazio vuoto sotto i capelli biondi.

Avevo cercato di affrontare seriamente il discorso, spiegandole la funzione della paura. Almeno come la intendevo io. Parlavo con calma e lei ascoltava in silenzio. Volevo che capisse le ripercussioni che avevano tutte quelle angosce sul nostro rapporto. Continuava ad ascoltare in silenzio. Quel silenzio immobile assomigliava allo standby del mio portatile.

Con tutte le difficoltà legate al nostro esiguo vocabolario comune, mi ci ero messo con impegno e credevo anche di essermi spiegato bene, e pensavo tra me e me compiaciuto «forse stavolta ne è valsa la pena» e le avevo preso la mano. I suoi meravigliosi occhioni blu si erano rianimati improvvisamente, come il mio portatile in standby quando premo un tasto qualunque, e sulla bocca aveva abbozzato uno dei suoi sorrisi asimmetrici e irresistibili.

Con quella voce che mi faceva vibrare certe parti inconfessabili, fece l'osservazione risolutrice: «Forse allora quindi ho bisogno avere di più amore, io»

«Sì, hai ragione patatina mia, forse allora quindi hai sicuramente bisogno di più amore» fu la mia risposta.

Però tutto sommato sapevo bene con chi avrei dovuto prendermela. Le colpe e le responsabilità erano chiare: se mi ero cacciato in quella situazione la colpa era tutta di Franco e Lina. No, non erano i suoi genitori, anzi, loro li ho sempre ringraziati per i momenti d'incomprensibile e irresponsabile piacere che mi hanno dato attraverso quella figlia fuori serie.

Franco e Lina sono quei due che hanno messo fuorilegge le due sole istituzioni che avrebbero potuto mettermi al riparo da quell'enigma in minigonna e tacchi a spillo che mi girava per casa. Parlo di Lina Merlin e Franco Basaglia. Pace all'anima loro. Sono sicuro che case di tolleranza e manicomi se la sarebbero contesa a colpi di provini e di perizie. Ciascuno avrebbe avuto abbondanza di argomenti per pretendere l'esclusiva. Aveva i numeri per essere una star in entrambi i campi e casa mia stava diventando una sorta di laboratorio sperimentale, anche se non mi era ancora chiaro dove finisse Merlin e iniziasse Basaglia.

Una volta, scambiando il peperoncino con la cannella, fece violenza gastronomica a un chilo di vongole scelte, e con quella boccuccia a cuoricino si giustificò dicendo: «Ma sembrano uguali, avere lo stesso colore. Poi, al mio paese noi non mangiare...».

E' proprio lì che l'avrei mandata, a quel paese, se non avesse aggiunto: «Ma io adesso farmi perdonare!». Per mesi ho nascosto la cannella e piazzato il peperoncino in bella vista.

Il nostro rapporto aveva avuto dei bassi ma anche degli alti, decisamente molto alti. Sicuramente le difficoltà linguistiche e le angosce che venivano dall'Est giocavano un ruolo decisivo, ma io tenevo duro anche nei momenti peggiori. Talvolta mi aveva anche indotto a negare la presunzione d'intelligenza a chiunque portasse reggicalze e push-up. Neri. Di pizzo.

Dedicavamo intere settimane a domare i nostri sensi. Una volta ingenuamente le chiesi: «Come mai sono alcuni giorni che non esci?»

«Ho paura che qualcuno possa rapire me»

«Rapire una cippa!» dissi d'istinto mentre il caffè bollente mi bruciò una mano.

«Cos'è una cipa?»

«Volevo dire che puoi uscire tranquilla, patatina»

Mentre pronunciavo queste parole mi avvicinai abbracciandola e appoggiando le mani sui suoi fianchi. Avvicinai le mie labbra alle sue e lasciai scivolare le mani più giù.

Lei con gli occhi socchiusi mi fece: «E poi mi piace stare qui con te, mi piace come mi prendi»

«Anche a me piace come ti prendo» risposi senza pudore.

In alcuni di quei momenti mi sentivo addosso degli sguardi, solo molto tempo dopo ho pensato che potessero essere i fantasmi di Franco e Lina.

Senza troppa fatica, riuscii a trovare su internet le foto dei due miei numi tutelari, erano in bianco e nero. Le stampai e riciclai due vecchie cornici d'argento regalo di cresima delle mie care zie. Mai avrebbero sospettato l'uso improprio che ne avrei fatto. Sulla scrivania del mio studio ormai si sono conquistati il loro posto. Mi servono per non dimenticare cosa sono diventate la mia casa e la mia vita da quando ospito l'irrazionale fatta donna.

Una sera in cui la pioggia veniva giù a secchiate ce ne stavamo sul divano a farci le fusa. Mentre le accarezzavo le spalle, che sembravano d'avorio, indicandole la fossetta che si forma alla base del collo, le dissi: «Immagina che sia piena d'acqua», e lei mi sussurrò languida: «E che tu hai tanta sete?»

Era capace di inceppare tutti i miei processi mentali sul nascere. Morivano in culla.

«Quanto ti piace se ti sfioro qui, alla base del collo?» le bisbigliai.

«Tanto, amore mio. Mi piace se lo fai anche per l'altezza» sospirò in uno stato di semi ipnosi che adoravo.

«Sì, lungo la base del collo... per l'altezza... diviso due» le dissi pianissimo con la voce più sensuale, mentre con le mani le stringevo le natiche di granito, roteando nel frattempo gli occhi, sospettoso, immaginando le reazioni di Franco e Lina.

«Ah, tesoro mio, prendimi» fu la sua reazione.

«Lo sto già facendo patatina mia» risposi, temendo l'ira dei miei numi tutelari.

Un giorno, mentre stendeva lo smalto sulle unghie delle mani mi chiese: «Come si dice questo in italiano?» porgendomi il pollice.

«Pollice, amore mio»

Poi chiese: «E questo?» allungando la gamba fuori dall'accappatoio e agitando l'alluce.

«Alluce, tesoro mio». Non ho mai capito quanto lo facesse apposta, ma la pelle vellutata e il suo profumo avevano scollegato ancora una volta l'ultima sinapsi attiva.

«Vieni qui, siediti sulle mie ginocchia» le dissi dolcemente e iniziai a sfiorarle la pelle lungo l'avambraccio fino al gomito. Sapevo che le piaceva e che aveva un effetto molto rilassante su di lei. Non c'era nulla di erotico, semplicemente si lasciava ipnotizzare. In quei momenti sembrava che il tempo si fermasse. Era come se fossimo in un film muto.

«I tuoi polluci mi fanno impazzire» disse con un filo di voce soffiata.

«Sembrano fatti apposta, patatina mia» le risposi serio e impunito.

Quando poi le gambe iniziarono a intorpidirsi a causa del peso, aggiunsi: «Questo posto deve essere pieno di formiche, hanno assalito i miei piedi e sono arrivate quasi fino alle ginocchia!»

«Formiche? Quali formiche?» disse lei.

«Sono enormi. Rosse e affamate» dissi.

«Oh, aiuto me!» sobbalzò.

«Ti porto in salvo io, tesoro!» e così dicendo mi alzai e portandola in camera l'appoggiai delicatamente sul letto.

«Amore, mi hai salvata dalle terribili formiche rosse affamate, meriti un premio»

Mentre lei teneva gli occhi socchiusi e mi porgeva le labbra, mi guardai intorno con un leggerissimo disagio e mi sembrava di sentire quei due ectoplasmi sghignazzare. Mi sono sentito palpare la natica. Con fare disinvolto mi girai. Ero certo di averli sentiti. Sì, avevo sentito quei due smascellarsi di risate. Augurai loro un crampo alle mandibole, mentre mi abbandonavo e lasciavo che lei desse ancora una volta un senso a tutto quanto.