Racconti


Una notte in Pediatria

Ho scelto io questo turno, un turno di lavoro poco ambito, non voleva andarci nessuno perché si lavorava troppo. Ero convinto che mi avrebbe fatto bene starmene occupato e così feci domanda di mobilità interna. Ora sono pentito. Il reparto è diventato troppo tranquillo, inanimato, le camerette si sono svuotate e anche il telefono ha cessato di squillare. È come se i piccoli pazienti avessero firmato con noi una tregua, così mi sento una sentinella inutile e temo che l'inazione mi costringa a guardarmi dentro.Mentre sono nella guardiola a rimuginare, vedo di sfuggita una figura entrare nel corridoio del reparto. Mi alzo e la raggiungo un po' svogliato. Ma non mi trovo di fronte una mamma in ansia per il suo piccolo, è una donna anziana, in vestaglia. Mi guarda intimorita, come se l'avessi colta in fallo: «Vado via subito» si affretta a dire. Alta, dritta, emaciata, il volto scolpito dalla malattia, gli occhi scavati ma ancora vivaci, la signora non parla. Si muove per il corridoio come se stesse in un museo e osserva con stupore i grandi dinosauri disegnati sulle pareti. Ogni figura viene studiata minuziosamente e io temo che la donna non ci sia con la testa.«La Medicina ha fatto passi da gigante!» afferma con convinzione. Accenno un sorriso ebete, ma lei prosegue: «Finalmente incominciate a capire che dovete prendervi cura delle persone, prima che delle malattie... Queste pareti mi confortano, anche se non sono più una bambina. In queste figure leggo il desiderio di esorcizzare paura e dolore. E anche la disponibilità a mettersi in gioco...» aggiunge indicando il vecchio dinosauro che non a caso mi assomiglia.Un po' mi sento in imbarazzo, un po' mi adeguo al suo entusiasmo, mi lascio andare e le racconto dei ragazzi, due maschi e una femmina, dell'Istituto d'arte che si erano offerti di affrescarci il corridoio del reparto. «Tipi poco raccomandabili, di quelli che se li guardi per strada scuoti la testa» le dico. Poi sorrido e aggiungo «Tipi stupendi, tutti allegria e bravura», e lei annuisce come se già sapesse. Guarda ancora le pareti e sembra trovarvi le pennellate, le risa, le battute con cui i tre giovani artisti hanno dato vita alla loro opera.Ci sediamo nella guardiola degli infermieri e per un po' torna il silenzio. La signora emana una dignità austera che il turbante di velluto blu con cui cela la nudità del cranio non sminuisce, anzi accentua, come se quel simbolo inconfutabile di malattia le conferisse un'aura speciale. Dice qualcosa ma non so cosa risponderle, dato che non l'ho ascoltata distratto dai suoi occhi intensi. Però mi accorgo che le sue parole mi fanno bene. Desidero che riprenda a parlare. E lei parla, serena, della battaglia che sta per perdere, mi tiene una mano tra le sue, asciutte e calde, come se fossi io il malato da confortare. Poi tace. Si toglie il turbante e lascia che il mio sguardo si posi sul suo cranio lucido. Non abbiamo più pudore. Ci fissiamo muti e sorridiamo senza sapere perché.La donna si alza in piedi con qualche fatica e mi dà il braccio. Sono le cinque del mattino quando l'accompagno nel suo reparto. Ci lasciamo come due vecchi amici, un breve cenno della mano e un sorriso, come se dovessimo incontrarci ancora.