Racconti


Zia Armida

Sedeva in silenzio, zia Armida, in attesa del pranzo. Un pranzo di Pasquetta, semplice e rapido, privo di tradizione e di eversione. Dopo mangiato ci aspettava la processione al santuario per segnare la festa. Assieme almeno tre generazioni.

Scendeva per medico e pensione, zia Armida, infiorata di un vestitello ocra, da un paese roso dalla tramontana nella montagna centrale, figlia di pastori erranti. Grossa. Grossa pure nel respiro, aveva sulla faccia roscia uno sbrego sottile guadagnato a vent'anni. Una storia che m'aveva raccontato nonna un pomeriggio oscuro, mentre insaccava un dito nell'olio per scacciare l'occhio cattivo. Lasciava penzolare dall'unghia una goccia per volta, che si tuffava nell'acqua di un piatto, borbottando preghiere antiche e sperando che l'olio non si spandesse. Lo faceva con qualche frequenza, senza averne ragioni particolari, solo per sana prevenzione.

Era andata a una festa con la famiglia, zia Armida, ed era finita per ballare su un'aia con uno che non era il suo promesso, trovato lì per caso. Aveva un gilè pulito e baffi sottili, era timido e gentile, magro e sorridente, suonava il violino e faceva il barbiere al paese nel fondovalle, e l'aveva invitata con una voce accordata a quello strumento delicato. Qualche salto e qualche sorriso, quella sera afosa d'estate.

Al pomeriggio del giorno successivo il fidanzato, carbonaro di legna brumato dal fumo della cotta e con un naso scolpito come un profilo di montagna, l'aveva aspettata al sole. Appena dietro a un pagliaio, lungo la strada che Armida di solito percorreva sudando come una mula per portare il pranzo agli uomini al pascolo, l'attese assetato di giustizia, strofinando la patta per il nervoso. La bastonò a sangue, muto come l'angelo vendicatore.

Chiacchierata per una debolezza, quella zia rustica - non si balla con gli sconosciuti - ha scontato quel peccato per una vita, a servizio dei vecchi di casa. Ha mischiato polenta per gli uomini e preparato patate per i maiali, pane mollo per entrambi, tutti i giorni che Iddio mandava, e cantato il Santissimo alle messe mattutine perché le facesse trovar marito, uno qualsiasi, anche vecchio, anche vedovo. Poi s'era messa l'anima in pace lavorando nei campi come un uomo. La fame l'aveva ingrassata, il freddo scorticata, la zappa incallita nelle dita d'olmo.

Per questa Pasquetta sedeva accanto a nonna e ogni tanto parlottavano come vecchie complici. Le avevano dato la sedia degli ospiti, sempre la più pulita e resistente. Del resto aveva sostenuto parecchie volte anche il fratello di Armida, zio Alcide, metà carne e metà roccia, pecoraro e filosofo, loquace e iracondo. L'aveva lasciato solo la moglietta Mariuccia, una piccola contadina che aveva cavalcato balene di fieno su tregge per pareti erbose. L'aveva lasciato in una notte di neve tra gli strazi d'un parto dentro casa, portando con sé il figlio atteso. Da allora Alcide raccontava sempre e a tutti di maghe dalla bellezza infernale e di viaggi di cavalieri dentro i monti come dentro la vita, quella vita che non ha mai fretta, di bianchi cavalieri ma soprattutto di animali e lavoro, lupi e serpi, vergari e transumanze. L'epopea dei transumanti la narrava come saga di un west disperato, dentro capanni puzzolenti pieni di maschi e bazzicato da poveri frati cercatori che scambiavano santini per un cestello di ricotta. Il viaggio terminava quando le pecore non belavano più e smettevano di leccare la calce delle case, perché laggiù nel piano marino di sale ce n'era a bizzeffe in ogni filo d'erba.

Alcide e i suoi compari camminavano giorno e notte, intruppati come un esercito stracco, tra greggi infinite e cani e uomini e fanciulli drogati di chinino per parare la malaria, tormentati dalla fatica e dai ladri inquattati che cercavano di rubare le ultime pecore della fila. La stanchezza ne faceva bestie sfinite, «camminavo e dormivo» ripeteva Alcide di quel pellegrinaggio notturno fino a Maremma, a un passo dalla vita. Poco lontano c'era Roma, il mondo, e volendo una moglie servetta a casa di signori e il sogno di un portierato in un condominio. Ma si arrivava e si ripartiva.

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«Magna zi'» disse mio padre.

Rognicò appena, zia Armida, troppa grazia, servita come al ristorante, e chi c'è abituata!

«Magna Armi'» suggerì dolce mia nonna.

«Non ho fame, davvero, ho preso la pizza vicino all'ospedale».

«Magna zi'» ribadì mio padre risucchiando a rumore.

Bevve una minestra di verdure, zia Armida, sorridendo nascosta. Passò al secondo inzuppando dita e pane su patate e umido rosso, carcando doviziosa quella paletta floscia. E ficcava giù a bocca stretta, strusciando pomodoro sulle labbra sottili, piegata sul piatto come un prigioniero affamato, mentre continuava a sorridere per dimostrare di aver gradito.

«Zia non t'ho messo la forchetta, mi sono dimenticata, perché non l'hai chiesta?» fece mia madre solo alla fine del pranzo.

Per un istante ad Armida passarono davanti agli occhi i suoi vecchi, i suoi fratelli e quegli uomini che non aveva mai avuto. Tutti per pranzo in piedi all'addiaccio a parare pecore, con minestra minima e cacio, solo un cucchiaio di legno e un coltellaccio puntuto dentro il tascapane di tasso, che della bestia aveva ancora i buchi degli occhi nel risvolto. Il vergaro, il capo dei transumanti col potere del padrone, a Maremma - unico fra tutti quegli uomini in astinenza - poteva portarsi la moglie, e insieme mangiavano seduti dentro al capanno pastasciutta e carne. Con la forchetta. Pensò a questo, zia Armida, e concluse che da ospite non valeva la pena disturbare per chiedere quel rastrelletto inutile. «La forchetta ce l'ha chi comanda» disse, ridendo unta, e anche mia nonna fece un cenno di assenso mentre si alzava per prepararsi alla processione.

Nonna era una contadina rossa, nei capelli e nella fede socialista; lunga e secca come una nocella a punta, quando rideva si piegava a metà. Nonno, cilestre negli occhi e bianco nella politica, l'aveva conosciuta quando se ne andava giovanotto per le piane umbre da stagionale agricolo. Si sono piaciuti nella fatica, piegati contro il sole quando il fazzoletto sulla fronte stampa una fascia pallida. Hanno vissuto a cavallo di un piccolo torrente, a vegliare le macine di un mulino ad acqua, affittuari di un ricco padrone di pecore, tirando su figli e sacchi di farina. Nonno era un uomo d'acqua. Mugnaio. Ci sono sempre uomini d'acqua insieme agli uomini di terra, anche dove la corrente scorre veloce che non puoi seguirla e riconoscerla. Anche quassù, tra gli Appennini, nei pressi di una palude remota, di un modesto slargo d'acqua ferma, c'era il mignattaro, un vagabondo per le case sparse che vendeva mignatte, bestiole ingorde di sangue cattivo. Era un uomo d'acqua scura, quel mignattaro, in questa terra fredda senza mondine o pescatori di mestiere. Conosceva i paesi e i suoi assetati d'amore, e officiava senza incenso le unioni tra sparigliati, unico efficace intermediario dei legami fuori piazza. Gli toccava un sacco di farina se l'appuntamento aveva seguito, se da quei due paesi diversi e anche un po' ostili, finivano - da moglie e marito - a sputare sangue da mezzadri presso qualche padrone.

Mugnai, gente d'acqua, diversi dagli altri rurali, perché dominatori di ciò che elaborava i frutti della terra, perché cacciatori di pesce senza pena e senza attesa, senza sfida di pazienza e furberia. Loro che regolavano pure le secche dei fiumi e dei pantani, raccoglievano gamberi e trote con forchette e canestri, e conoscevano molto bene l'acqua nella sua irrequietezza e nella sua docilità. Lentamente, con calma decisa, c'era da tirar su quella leva che alzava la tramezza e lasciava sfogare l'irritazione del liquido racchiuso, così da scaricare l'innaturale compressione idrica nelle pale di legno, che in un doloroso schiaffeggio iniziavano a girare. Girare su se stesse per far girare il perno che faceva girare la macina, e giravano le bocchette, e girava lo staccio, e girava la mola, e girava tutto il mulino e con esso la vita della gente rurale. C'era da ringraziare Sant'Antonio e tutti gli altri del Paradiso, perché il Cielo poteva sempre vendicarsi, distribuendo sole impietoso per magri raccolti e diluvi per inondazioni. Rossi arsi dal sole i contadini, come mia nonna e i suoi fratelli; pallido mio nonno mugnaio, nelle sopracciglia spesse di farina. La bianca polvere scialbava le sue macine e la sua vita, come i paesaggi delle madonnine sottovetro, che se le metti a testa in giù si riempiono di neve. Il bianco si riappacificava col rosso a casa la sera, nel camice e nella mantellina della confraternita per le processioni verso una qualche Madonna rupestre.

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S'addensavano come tafani prima dell'acquazzone i fedeli dei preti montani ai santuari poveri di madonne povere. Stendardi e lanternoni, polvere e legacciole, chiacchiere e latino; e cantava la gente rurale, accompagnata dalla banda che suonava saliva e terra. Le donne davanti, in fila per due col velo, intonavano vicino ai clarini, e dietro biascicavano gli uomini storditi dal basso e dal bombardino.

Scendevano processioni dai paesi come fiumi, fino all'incrocio, poi tutti assieme alla Madonna, coi vestiti rinnovati per la festa. La gente delle valli affogava in un mare di lupini, da far sudare in tasca per poi tirare come coriandoli alle femmine più belle. Mira precisa, senza bizzarrie, «ognuno a lo paro de lo sua», padronali coi padronali, contadini coi contadini. In chiesa le donne, dopo avere immerso la mano nell'acqua benedetta, si buttavano ginocchioni sui banchi in silenzio. Uno spiffero taciturno scoperchiava l'appartenenza a un popolo muto ed orale. Orale come il mondo di Alcide.

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Senza sindacati e rivoluzioni, le generazioni rurali vantavano semplici storie intrecciate, come canapa e cotone, trama e ordito, svangando l'esistenza tra la rozzezza dei padroni, possidenti e nobili che conoscevano solo la solidità della terra, la ricchezza dei buoi e dei loro uomini, la trasgressione delle cosce delle serve. Hanno tenuto a bada fattori micragnosi sottraendo briciole di grano, nascoste dentro le sottane delle femmine. Hanno amato in silenzio e sono morti nel silenzio di camere spoglie e umide, trattenendo l'anima tra i denti.

C'era un pastore anziano, con trenta pecore e una cagnetta di nome Zara, che aveva una casa di fronte alla montagna. La mattina il pastore faceva uscire dalla stalla le pecore e chiedeva a Zara con la u senza fine: «Tocca suuu». E la cagnetta guidava il piccolo gregge sui prati di fronte. All'ora di pranzo il pastore avvertiva urlando: «Io magnooo». E Zara si precipitava dal pascolo per "magnare" anch'essa.

Dopo il pranzo i due, pastore e cane, restavano sospesi, persi nei pensieri simili. Alle prime ombre del tramonto, l'uomo si rivolgeva di nuovo a Zara: «Tocca juuu». E la cagnetta risaliva il pendio, radunava le pecore e le riconduceva all'ovile.

Me l'ha raccontata Alvaro questa storia di suo nonno. Ora lui ha trecento pecore col fratello, non transuma e lascia il gregge in montagna a uno slavo con quattro figli, un lungaccione biondo che capisce a stento e che campa perso nel silenzio della montagna attaccato a una radiola e a un ombrello. Scapperà all'improvviso con quei quattro soldi guadagnati, come hanno fatto tutti gli altri.

Alvaro cerca odore di femmina ovunque, ma per ora lo sopraffà quel suo odore di zinne di pecora. Non vuole una moglie per corrispondenza, come ha fatto il fratello che se l'è trovata a Napoli come uno stereo rubato. O come Mariano, che a cinquant'anni s'era visto arrivare una straniera senza una lira ma infiocchettata come una bomboniera. Veniva da un paese dimenticato delle Ande e voleva fare la signora. Era sbarcata in una casa piantata nella merda che gli aveva subito inzaccherato le scarpette lucide. C'era da faticare, sudare e insozzarsi. Era finita all'inferno e s'era barricata dentro la camera per tutto il mese di prova. Ogni sera Mariano, un animale sgraziato e ferito, le bussava alla porta piangendo; l'ha vista partire, alla scadenza, senza neanche ringraziare.

Alvaro cerca una donna forse da sempre, ma di lì vicino. Il sabato sera, saturo di dopobarba, s'infila una giacca nera sul dolcevita bordeaux e scende in paese per raggrupparsi con la tribù di solitari per andare a rimorchiare in città. Ma in discoteca non riesce a tirar fuori le mani dalle tasche perché gli puzzano di pecora. Se lo sente da solo quell'umore acre di bestia appiccicato alle dita, che non se ne va neanche a scorticarle. E non consuma perché la ragazza del bar se ne accorgerebbe, e non balla, e guarda gli altri intristito e torna a casa rancido di bestemmie sottovoce.

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Don Michele, prete col toscano, veniva a preparare la chiesa della Madonna del bivio per la processione; sfidava il fresco delle Pasquette, che esordiscono sempre incerte per poi conquistare un'elemosina di sole, fissando le cime delle montagne da poco scappucciate di neve.

Don Romano, il giovane, cantilenava con un messale in mano e don Pietro ricordava i consigli dei maestri teologi che «per finire in gloria, parlare della Madonna va sempre bene»; poi don Sandro, agricoltore e tartufaro, che confessava a voce alta perché ormai non ci sentiva più da un pezzo; e don Venanzo, il vicario, che benediceva anime e pietre. E il popolo commosso dietro a quelle pennazze latrava passionale come negli anni agricoli.

Faticano assieme i preti rurali e riempiono la sagrestia. Ci andavamo da chierichetti in sagrestia, con la tunica della comunione a righe rosso sangue per recuperare aspersori e incenso. La sagrestia è alcova di maschi, le femmine venivano in punta di piedi camminando come su un tappeto di uova, a pagare le messe per le sante anime dei parenti. Ci avevano insegnato - come soldati prussiani - a ronzare intorno al celebrante, a prendere il cintolo e porgerglielo tenendo a destra il pennacchio, e a dire prosit alla fine con un inchino profondo e buffo. Poi correvamo a contare i punti sul tabellone per le messe servite, e alla fine si vincevano i torroni per Natale e le uova di cioccolata per Pasqua, e aspettavamo le ostie cotte dalle monache di clausura per succhiarle come caramelle dal gusto proibito, mentre i grandi, anche quelli più devoti, si dovevano accontentare di una al giorno.

In fondo alla sagrestia, tra gli armadi di noce intarsiati con i cassettini per i cintoli e le stole con il nome dei preti, partiva la scala dei cantanti il Santissimo, che s'arrampicava su gradini di legno che sembrava portassero direttamente in cielo. Al santuario della Madonna del bivio s'incarnava il tempo della Chiesa, fatto di lodi e vespri e di feste di santi e di madonne, che s'incrociava con quello agricolo.

Nonna alzò il bavero per il freddo. Quanto freddo avranno accumulato le genti rurali. Sarà anche la suggestione della pietra bianca squadrata della chiesa, ma l'umido secco della sera saliva intenso in quell'aula alta e ottagonale, con la Madonna del bivio smagrita dal freddo e dalla fame.

La festa del lunedì dell'Angelo capitava appena dopo lo sfogo alimentare della Pasqua, esaltato dalla carestia della Quaresima. Magri e piegati come betulle, il lavoro e le malattie avevano reso nodosi i corpi dei contadini e il vento li scolpiva ridicoli. La gente rurale contava gli anni come i pallocchi della polenta, fatta con le stesse patate da dividere col porco. Pure i gatti, esili come alici, s'erano abituati a svangare con l'insalata. Ma finalmente arrivava Pasqua, festa di Dio e dell'abbondanza, una festa piena e un paletto sicuro contro l'arroganza dei padroni. La Chiesa durante la Pasqua aveva reso il contadino indisponibile pure al padrone; con comunione e cresima, matrimonio e feste comandate, gli aveva ipotecato la cosa più intima e cara, l'anima. L'anima le apparteneva, affidata alla cura d'un clero della stessa leva, della stessa piazza e della stessa osteria. Per il lunedì di questa Pasqua restauratrice, i preti infagottati di pianete dorate hanno riunito, faccia all'altare e spalle alla gente, quel residuo di popolo rurale altrimenti disperso e diviso.

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Zia Armida aveva spinto la voce per il canto alla Vergine fino a farsi sgraziata, e provavo uno spicchio di vergogna nello starle accanto, che tanto il Signore ti sente anche muto.

Poi s'era azzittita di fronte a un vecchio grasso. Era tornato da Roma quel suo carbonaro, quello che l'aveva massacrata nella via dei campi. Era un uomo vecchio e appesantito, ma sempre brumato. Era emigrato per farsi fornaio e per questa Pasquetta aveva accanto sua moglie, una donnona impellicciata e pitturata come una puttana. Ma a zia le era sembrata ancora una volta troppo bella.

Zia Armida si lasciò sopraffare dalla stanchezza e uscì dal santuario socchiudendo gli occhi.