Scritture scriteriate

a cura di Francesco Maria Moriconi


Francesco Maria Moriconi è nato e vive nelle Marche. Dopo la laurea in Lettere a Firenze, ha per lo più lavorato presso biblioteche pubbliche. Si è poi laureato in Filosofia a Urbino e diplomato in Scienze Religiose a Fermo. Suoi contributi sono stati pubblicati dalla rivista "Firmana" dell'Istituto Teologico Marchigiano. L'Istituto di Storia del Movimento di Liberazione di Fermo ne ha pubblicato il volume "La civiltà cattolica e il Sessantotto universitario". Ha collaborato alla rivista "Cimbas" che si occupava delle fonti per la storia della civiltà marinara. 


Straziante felicità

Questa mattina una conoscenza curiosa e gradevole, forse commovente. Al momento di pagare il pane, sentendo lo strano accento della giovane commessa, scopro che è un'argentina. Subito tiro fuori un cavallo di battaglia: Mercedes Sosa, che la ragazza si meraviglia io conosca. Gli occhi le si illuminano. In un attimo una battuta forse le riporta alla mente l'Argentina, la famiglia, la cultura del paese lontano.

La cultura argentina è straordinaria, fatta com'è di musica, letteratura, balli, fumetti, ma Mercedes Sosa rimane ancora poco nota al pubblico nostrano. La voce in Wikipedia è tutto sommato scarna, eppure la sua produzione musicale, la sua storia di impegno sociale e politico è importante. Per la gente sudamericana che ha vissuto anni e anni di dittature tremende la Sosa è un simbolo. Io ebbi modo di apprezzarne qualche canzone solo nel lontano 1987, da un amico argentino che ne ascoltava una cassetta nella sua cameretta, bevendo mate e fumando sigarette argentine fortissime che gli avevano spedito da casa. L'amico, Carlos si chiamava, aveva la mia età, si era trasferito in Italia per trovare lavoro in Veneto. Lasciava un paese in crisi economica e politica, reduce dall'assurda guerra delle Malvinas alla quale aveva anch'egli preso parte, suo malgrado.

E così, col tipico spirito romantico argentino, Carlos passava i pomeriggi chiuso nella sua cameretta, chiuso nei ricordi che il canto della Sosa evocava, cercando di portarsi dietro un pezzetto della sua esistenza. Un suo canto mi colpisce sempre, che commuove per le parole poetiche del testo, per la musica popolare ma colta, per quella voce straordinaria e coinvolgente di chi la interpreta. Parlo di Gracias a la vida.

«Gracias a la vida que me ha dado tanto me dio dos luceros que cuando los abro perfecto distingo lo negro del blanco y en el alto cielo su fondo estrellado y en las multitudes el hombre que yo amo»

Un canto alla vita che la Sosa ci offre in maniera straziante, una vita che pur nel dolore ha dato, regalato tanto. Quasi un ossimoro, se pensiamo alla vita dell'artista e al dolore di un intero popolo, quando oppone ciò che la vita le ha donato. E il bello di questa esistenza è in poche parole poetiche in cui risaltano le stelle ed il cielo stellato che nessuno può sottrarle come, volgendo lo sguardo verso il basso, in mezzo ai tanti, alla folla quasi anonima, incontra l'uomo che ama: l'universo stellato sopra di noi e i cari in mezzo a noi. L'intero testo si mantiene su questo registro poetico e musicale.

Il canto riconoscente alla vita si nutre di cose e momenti semplici che ogni giorno dimentichiamo, come fossero fatti scontati: l'orecchio che fa apprezzare il verso di grilli e canarini, ma anche il rumore di martelli e turbine. Una vita ordinaria di cui gustare tutto, l'abbaiare di un cane o una doccia e, ancora, la voce dell'uomo amato. E nel reiterato verso di ringraziamento ecco presentarsi altre immagini e cose e bellezze minime: il suono, l'alfabeto, le parole amico, fratello, madre e l'immagine ancora dell'uomo amato sin nella ruta dell'alma, il percorso dell'anima.

Tutto rinvia a ciò che è più spirituale, all'amore, pur nel percorso faticoso dove il camminare è marcha pies cansados (marcia di piedi stanchi) attraverso città, pozzanghere, spiagge, deserti, montagne e pianure, metafora di un'esistenza faticosa e drammatica.

E poi l'invocazione a questa Vida, come personificata, a dare un cuore che scuota la sua cornice quando guarda il frutto del cervello umano e il bene così lontano dal male, e ancora tornando liricamente sull'uomo amato: Cuando miro el fondo de tus ojos claros. Lo sguardo, l'incontro amoroso degli occhi scrutati fino in fondo. Occhi chiari della persona amata con cui fondersi anche solo in un attimo perfetto, semplice, essenziale, che racchiude l'infinito di un essere.

E così ancora la lode alla vita che ha fatto ridere (la risa) e piangere (el llanto), dove tutto sembra essere, come direbbe Teresina del Bambin Gesù, Grazia. E ancora fusione di opposti, dialettica che si risolve in superiore sentimento ove felicità e fragilità sono materiales che innervano, sostanziano, risolvono la canzone della Sosa, che poi è la stessa di lui come quella di tutti è quella che lei stessa canta, passando così da un livello intimo di amore fra uomo e donna ad un livello universale.

Ma se il testo è di per se letterariamente risolto, non se ne può assorbire tutta la bellezza poetica se non ascoltandolo cantato da questa voce straziante, quasi un pianto di felicità ed un invito alla speranza.